The Player, Robert Altman, 1992



C’è una luce meravigliosa che illumina i volti, i corpi, gli oggetti, gli uffici, quella della mattina, che si posa sulle superfici o entra dentro i vetri delle finestre, in luoghi dove l’esistenza fluisce tra migliaia di parole, menzogne, richieste, sogni e speranze, dentro stanze in cui discutere di cinema significa soprattutto parlare di affari, denaro e profitti - La Hollywood di Altman si muove dal mito al disincanto, passando attraverso parodia, commedia e noir, in una coralità di voci e personaggi che si incrociano e sovrappongono, a volte negli avvolgenti movimenti di una piano sequenza, come quello splendido che apre il film oppure nelle scene in cui appaiono brevemente una moltitudine di attori, in fulgidi cammei, a costellare una pellicola talmente ricca di spunti, riflessioni, tracce narrative, così potente e magistralmente orchestrata da sembrare un mondo a parte e allo stesso tempo specchio e riflesso di quella dimensione che si cela dietro un film finito: la sua produzione.

E così, nel racconto cinematografico altmaniano, da una sceneggiatura di Michael Tolkin, cinema e metacinema si mescolano, attraversati da uno spirito che sembra risorgere o arrivare direttamente dagli anni settanta. Si sono però, nel frattempo,  inaridite le dinamiche umane ed è rimasto il capitale a dettare le regole del gioco, da reinventare costantemente nella ricerca del successo per poi delinearne quegli elementi indispensabili affinché il prodotto filmico incassi al botteghino - In poche parole Griffin Mill, interpretato da Tim Robbins, ce li ricorda - Suspense, laughter, violence, hope, heart, nudity, sex. Happy endings. Mainly happy endings - per poi venire inghiottito di nuovo da quella finzione costante che è la sua vita, fra soggetti da scegliere, segreti da nascondere, tradimenti e nuove passioni da scoprire.

La magia di Altman è quella di riuscire a modellare una dimensione filmica che si manifesta e si dischiude in maniera seducente e misteriosa, ne siamo attratti ma ne capiamo anche limiti e pericoli, bugie e trappole, nonostante ciò sembra essere proprio questa la linfa di cui si nutre, una torbidezza di rapporti e sentimenti da dove finisce per sbocciare il senso di fare un film, che mostrando i suoi processi di genesi, criticandoli o mettendoli a nudo, ce li rimanda da una prospettiva defilata, quella di un machina da presa curiosa e viva, che si muove, si avvicina, spia, assiste, ritaglia e racconta. 

Il processo creativo è così il protagonista invisibile eppure sempre presente, quando tutti cercano di sabotarlo, soprattutto a livello produttivo, quando ci si interroga sull’utilità di scrittori e storie che sappiano andare oltre i canoni commerciali - Ladri di biciclette è cinema d’autore quindi non è quello che produce Hollywood - L’estetica, la regia, il montaggio, la musica a cui siamo abituati non sono altro che parti di un ingranaggio di una fabbrica che vede nel guadagno la matrice e il fine del suo operare, riverbero vanitoso di una società diventata vittima e carnefice del proprio abissale credo nel valore (ormai quasi etico) del fare soldi - Ma è sul labile confine tra arte e mercato che i registi più coraggiosi continuano a muoversi nell’attesa che il prossimo soggetto arrivi nelle loro mani e possa diventare un film, magari senza dover dare ascolto ai consigli di Griffin Mill.



 

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