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Visualizzazione dei post da marzo, 2024

The Zone of Interest, Jonathan Glazer, 2023

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  È un momentaneo blackout della memoria, quello da cui emergono rumori e poi suoni, un magma noise straniante, una zona della ragione dove il rimosso diventerà presente, come manifestazione non visibile di un passato che ancora sconvolge (i campi di sterminio) e verso il quale prende forma, ad autodifesa della vita di una famiglia tedesca (quella di Rudolf Höss), la messinscena della normalità del quotidiano (luce naturale e macchine da presa nascoste che spiano gli attori), attraverso una narrazione temporale frammentata e discontinua e il ripetersi di gesti e azioni: la cura del giardino, il crescere i figli, i momenti di svago, le faccende domestiche, il mandare avanti una casa o Auschwitz con la stessa fredda e distaccata efficienza. Non che questo accresca l’orrore, anzi lo inquadra in dinamiche semplici e riconoscibili, come sono quelle all’interno di una famiglia borghese o come possono essere le logiche di produzione e sviluppo, di miglioramento dei risultati, di capitalizzazi

La Comunidad, Alex de la Iglesia, 2000

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  La cifra stilistica di questa opera è quella del pastiche e della contaminazione di generi, una delle caratteristiche principali del postmoderno, secondo alcuni teorici. Insieme alla scrittura di testi filmici che si basino su elementi di altri film o sulla rielaborazione narrativa (anche in chiave parodistica, come in questo caso) dell’immaginario cinematografico collettivo. Alex de la Iglesia parte da Hicthcock e Polanski (l’Inquilino del terzo piano) e popola il suo strambo condominio di quella vitalità tanto cara ad Almodóvar, del quale ritroviamo anche l’uso del colore e un’attrice feticcio, Carmen Maura, nella parte di Julia. Per il resto il film non è altro che un gioco del regista con lo spettatore, con l’intenzione del primo di spiazzare sempre la visione del secondo inscenando le situazioni più grottesche. A volte si scivola nella commedia altre nell’orrore, con sangue e violenza ingiustificata, altre ancora nella parodia ed è qui che si manifesta la contaminazione di gen

Vultures (Havoc Version), Jon Rafman, 2023

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  Visioni apocalittiche del nuovo millennio, flusso ipnotico, aberrante, distopico, straniante creato da una AI sotto l’effetto di sperimentali sostanze psicotrope (somministrate dall’artista Jon Rafman). Costante morphing di bizzarre figure, sgranate e grottesche, che si muovono, a bassa definizione, nelle immagini, come all’interno di una disturbante sequenza onirica, animali e esseri incappucciati, gang e armi, estetica sadomaso e deriva da dungeon dannato, elettronica rielaborazione delle raffigurazioni infernali di Bosch e Brueghel, nella deformità della specie e nella sua aberrante e indemoniata alterazione. Primitiva e feticistica ipotesi di un’altra realtà futura formulata da renderizzazioni randagie, contraffatte e autonome - Saranno le macchine e la loro immaginazione digitale e deviata a creare gli scenari cinematografici del domani? Ci ritroveremo sul bordo dell’abisso, sui limiti dello schermo, senza osare chiederci cosa si nasconda nel fuoricampo? Probabilmente gli esseri