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Visualizzazione dei post da agosto, 2022

Roma, Federico Fellini, 1972

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  Roma è puro lirismo lisergico, personale e onirico. Fellini sgretola la materia del racconto cinematografico dando forma con i suoi resti a uno sostanza  immaginifica, pregna di magia, allucinatoria e visionaria, modellandola poi in sequenze di fotogrammi (appartenenti ad una temporalità interiore al regista) che sembrano nascere dal subconscio, dal mondo dei ricordi o da un viaggio psichedelico. Roma è un flusso ininterrotto di finzioni filmiche, perché come dice Gore Vidal, in una delle scene, questa città è fatta di illusioni. C’è la Roma antica, con gli affreschi di una casa dei patrizi, ritrovati durante gli scavi per la metropolitana, i cui colori subito svaniscono a contatto con l’aria, quella che passa da una breccia aperta su uno dei muri che la proteggevano. Tunnel sotterranei misteriosi, memorie mitiche dal sottosuolo, con macchine mostruose che si muovono al loro interno. San Giovanni, Piazza Re di Roma, Colli Albani. C’è la Roma dei libri di storia. C’è quella fascista.

Viva la muerte, Fernando Arrabal, 1971

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  Cinema panico, allucinatorio e visionario in cui tutto si intreccia, si stravolge, esplode, ferisce, soffoca, uccide. Violenza nelle immagini e immagini della violenza, con sequenze disturbanti, esibizioni di atrocità, attraverso un’estetica della tortura (sin dai titoli di testa realizzati da Topor) in cui si innesta una poetica sadomasochista che rivela e sonda gli abissi della psiche e della sessualità femminile. Quella della madre di Fando (forse il personaggio più complesso) la cui libido irrefrenabile, oggetto delle attenzioni del figlio, diventa  la rappresentazione di un istinto sadico e perverso che gode della propria natura. La donna si presta ad ogni tipo di perversione: atti di defecazione, umiliazioni, castrazioni, punizioni. Manifesta visivamente le oscurità del subconscio, liberandosi da qualsiasi schema mentale in cui la donna sia stata rinchiusa per secoli, madre o aguzzina, non vi è differenza, è sempre presente lo stesso amore, la stessa torbida e asfissiante vicin

How to Change Your Mind - Psilocybin (2022)

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  Ci sono molte varietà di funghi contenenti psilocibina in giro per il mondo. In Europa e specialmente nei Paesi nordici, in Inghilterra e Galles per esempio, la psylocibe semilanceata, comunemente chiamata liberty cap, è una delle più frequenti. Si può trovare nei campi, in particolare quelli in cui hanno pascolato pecore o in prossimità di gruppi di rocce. Il periodo di raccolta è novembre. Personalmente ho usato diverse volte questi funghi e diciamo che con un dosaggio fra i trenta e i quaranta esemplari si possono già avere profonde esperienze  di conoscenza di sé stessi e della propria essenza, luminosi e colorati insights e meravigliose visioni geometriche ad occhi chiusi o aperti, con i patterns sulle superfici degli oggetti, delle pareti e dei mobili (se siete in casa) in continuo movimento, come se stessero danzando e la percezione che le cose respirino, le pareti della stanza, i loro magnifici colori che pulsano e sono vivi e altre impressioni personali che non è così fac

Scarlet Street, Fritz Lang, 1945

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  È un percorso di sottomissione, quello compiuto da Christopher Cross (Edward G. Robinson) verso la giovane prostituta Kitty (Joan Bennet), che culminerà in un apice di puro feticismo, ovvero il momento in cui lei le offrirà un piede per farsi dipingere le unghie. Quello sarà infatti il capolavoro dell’uomo, quel contatto fisico che sposterà la sua arte dall’immaginazione alla realtà. Chris, che di lavoro fa il cassiere in una banca, ha una passione parallela, quella della pittura. I suoi quadri, però, come lui stesso ammette, mancano di prospettiva. Nel senso che ciò che viene dipinto è una rappresentazione del reale che poco ha a che fare con l’oggetto originale. E così è anche la maniera in cui egli vede la giovane Kitty, che palesemente non fa altro che ingannarlo per farlo cadere ai suoi voleri. Già nel rapporto con la propria moglie l’attempato signore appare succube di ciò che lei dice, denigrato e ridicolizzato (indossa un grembiule quando svolge i lavori domestici) e totalmen

Alex in Wonderland, Paul Mazursky, 1970

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  Alex in Wonderland è uno dei quei film che probabilmente non avrebbero potuto essere stati fatti se non a cavallo fra gli anni sessanta e settanta e di quel periodo né è impregnato in maniera viscerale, ne ha lo spirito e l’essenza: nell’umanità delle relazioni, negli stili di vita alternativa, nell’anarchia, nella confusione e nella giusta dose di follia e anticonformismo. Alex è uno stupendo Donald Sutherland, con i capelli lunghi e perfettamente a suo agio nel ruolo di un regista esordiente. Lo vediamo al lavoro, mentre parla con un produttore (bevendo vino) o a casa, mentre fa il bagno con la figlia più piccola inventando storie o sul letto con quella più grande mentre le chiede di parlargli delle sue emozioni, in una maniera davvero intima e lucente. Va con la moglie (Ellen Burstyn) a vedere una nuova casa o discute con lei in un supermercato e loro sono lì, nel mezzo delle cose, presenti a sé stessi. Poi c’è il mondo dell’immaginazione, che forse è la vera dimora di ogni artist