The Hateful Eight, Quentin Tarantino, 2015
Il pavimento di legno dell’emporio di Minnie come le assi di un palcoscenico. Ruoli da interpretare, psicodrammi in atto, il metodo Stanislaski in tutto il suo splendore. Personaggi e attori che si costruiscono a vicenda, che parlano, (si) raccontano, inventano storie, rimandano a interpretazioni passate, a film precedenti. Ci sono Le Iene e Pulp Fiction, quel modo di narrare, i dialoghi che si concentrano su un dettaglio che sembra sempre di poca importanza e che poi si trasforma in fulcro, perno della sceneggiatura. La lettera di Lincoln, la battaglia di Baton Rouge, giacche grigie e giacche blu, lo stufato di Minnie. Il razzismo profondamente comico delle battute, impossibile da prendere sul serio, i suoi effetti devastanti sull’incedere dell’intreccio, le esplosioni di violenza, le iperboli visive di sangue e pezzetti di cervello sparsi sui volti o sul pavimento (ma non c’è più nessun Mr. Wolf da chiamare per risolvere i problemi), un superbo gioco al massacro in cui tutti so...