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Days, Tsai Ming-liang, 2020

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  Solitudini ed epidermidi. Contatti e distanze. Piani fissi che si accumulano, si addensano sotto un cielo graffiato dalle luci al neon, in una attrazione di eventi che fanno penetrare le immagini nel vuoto della realtà, fluida-statica, quasi esente dall’invasione della parola - Spazi chiusi, strade lucide, ambienti naturali, rumori metropolitani, il ritmico tamburellare della pioggia, curve nella notte, camere di albergo - Il dolore, da qualche parte dietro lo sguardo, una malattia, la panacea di una cura, l’attesa - Un incontro improvviso - Un cinema dilatato, una concezione espansa del tempo che diventa la forma del racconto, in quei segmenti filmici in cui può accadere qualunque cosa oppure nulla, rimaniamo sospesi ad osservare, come in uno stato meditativo, i respiri che si allungano (allo stesso modo delle sequenze senza tagli), fino a perdere la percezione di noi stessi e dei nostri pensieri - Giorni che scorrono e due personaggi al loro interno, porzioni di esistenze lonta...

Onibaba, Kaneto Shindō, 1964

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Trasfigurazioni archetipiche di volti ed emozioni in maschere che ne stilizzano rabbia e gelosia, fra echi del teatro NO e leggende buddhiste, gli impulsi primari, il desiderio, il bisogno del sesso e del cibo, prendono potere nei corpi e nelle menti dei personaggi, che si muovono e rincorrono in uno spazio naturale fluido e luminoso, attraversando prati e canneti, vivendo in rudimentali capanne mentre sullo sfondo di questo apparente idillio si uccide e si viene uccisi, in un’altra ennesima guerra, da cui qualcuno cerca di fuggire e nascondersi. E questo mondo arcaico, lontano eppure vicino per l’immutabile riproporsi delle nostre debolezze viene magnificamente mostrato, grazie a un uso del bianco e nero che si appropria della luce per disegnare corpi ed espressioni, per svelare e nascondere la giostra degli stati d’animo e delle loro manifestazioni fisiche, i demoni invocati e che non sono altro che il deformarsi della quiete e dell’equilibrio del cuore, quando in preda al panico sen...

The Hustler, Robert Rossen, 1961

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Stanze di appartamenti, in cui inventarsi un amore etilico o quelle fatiscenti di una pensione da quattro soldi, dove rifugiarsi e pensare a un altro modo per tirare avanti, per poi immergersi nella vita, quella rinchiusa in una sala da biliardo, quella avvolta dalla luce penetrante della città. In questo tentativo di sopravvivenza tutta americana, tra possibilità e sconfitte, si svela un mondo dominato dal denaro, attraverso il quale si insegue il miraggio di una (auto)realizzazione totalmente illusoria. Si scommette su ogni cosa, pool , cavalli, carte; il bisogno della prossima puntata invade l’anima dei personaggi, portandoli in un vortice di dipendenza dal gioco che rischia di diventare fine a sé stesso e proprio all’interno di questo caotico turbinio, la cui fine risiede nel desiderio di emancipazione, di innalzarsi dalla mediocrità, Eddie lancerà una sfida ai propri demoni, dimostrando una innata forza interiore che però non sa bene dove indirizzare e come gestire, finendo per tr...

Necropolis, Franco Brocani, 1970

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La funzione del labirinto è quella di farci perdere, di non lasciarci uscire. Necropolis è dunque un filmlabirinto nel quale dobbiamo smarrirci, appositamente e appassionatamente sconnesso, visionario, lisergico. Una serie di stanze, allestite secondo paradigmi mentali alterati, spoglie e minimaliste o con residui colorati della pop art, uno studio cinematografico (il numero 5, lo stesso di Fellini) trasformato nel mosaico impazzito di incontri occasionali, dove il labile confine fra teatro, cinema, performance e realtà si scioglie e ricompone in nuovi scenari apocalittici e immorali, in cui gli attori compaiono e poi svaniscono, parlando, vaneggiando, confessandosi, improvvisando - Carmelo Bene, Tina Aumont, Pierre Clementi - Un cinema a cui accostarsi spogliandosi delle proprie convinzioni e certezze per lasciarsi trasportare in una dimensione altra e ipnotica, potenzialmente noiosa e incomprensibile perché al di fuori delle logiche spettacolari e commerciali, con molteplici riferime...

O abismu, Rogério Sganzerla, 1977

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Tutto è uno. Trascendenze sciamaniche e deità egizie, alterazioni cosmiche, visioni del mare, degli alberi, dei promontori, delle scogliere - Divinità elettriche, le canzoni di Jimi Hendrix, una macchina in movimento, un uomo dalle lunghe unghie arcuate, un uomo con una pistola, un folle, un assassino - Le droghe allucinogene, da qualche parte, certo, perché l’abisso sia profondo e la nostra arcaica natura si perda dentro di esso - A guardare le stelle si diventa ciechi, a bere le stelle se ne scopre il mistero, cannibalismi semantici, sincopate sezioni ritmiche, l’arrivo delle onde, il suicidio dell’ego, il vuoto della mente, ci ritroviamo dall’altra parte, le regole sono state infrante e il cinema si sposta su un altro livello di percezione: frammentata, illogica, schiumante, pura. Schegge impazzite, caleidoscopi di interazioni svanite, i riflessi delle luci, la musica che non vuole fermarsi - Monologhi lisergici, trasmissione di conoscenze aliene e alienanti, le verità nascoste, so...

The Player, Robert Altman, 1992

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C’è una luce meravigliosa che illumina i volti, i corpi, gli oggetti, gli uffici, quella della mattina, che si posa sulle superfici o entra dentro i vetri delle finestre, in luoghi dove l’esistenza fluisce tra migliaia di parole, menzogne, richieste, sogni e speranze, dentro stanze in cui discutere di cinema significa soprattutto parlare di affari, denaro e profitti - La Hollywood di Altman si muove dal mito al disincanto, passando attraverso parodia, commedia e noir, in una coralità di voci e personaggi che si incrociano e sovrappongono, a volte negli avvolgenti movimenti di una piano sequenza, come quello splendido che apre il film oppure nelle scene in cui appaiono brevemente una moltitudine di attori, in fulgidi cammei, a costellare una pellicola talmente ricca di spunti, riflessioni, tracce narrative, così potente e magistralmente orchestrata da sembrare un mondo a parte e allo stesso tempo specchio e riflesso di quella dimensione che si cela dietro un film finito: la sua produzio...

Cani arrabbiati, Mario Bava, 1974

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Road movie teso e claustrofobico, alimentato dalla violenza fisica e psicologia che si impossessa dei personaggi, in un gioco di potere e controllo, che ci porterà in una spirale vorticosa di atti al limite del sadismo, tra depravazioni e fantasie erotiche varie. Mario Bava si inserisce in un genere che andava alla grande in quel periodo e lo modella attraverso lo spazio (quello chiuso di una macchina) e il tempo (serratissimo attraverso il montaggio), con attori che oscillano tra paura e calma, follia ed eccitazione, dominio e sottomissione. L’uso singolare dei dettagli degli occhi restringe ancora di più il recinto dell’inquadratura, imponendo una visione ravvicinata di vittime e carnefici, i cui corpi sudati, sporchi, insanguinati diventano la materia prima di una pellicola malata e maledetta, non solo nei suoi picchi di violenza ma anche nella sua stessa realizzazione, che ha una storia a parte, fatta di tagli della produzione, necessità di denaro, scene non girate, doppiaggi postu...