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Digger, Alejandro González Iñárritu, 2026

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  È l’ipotesi immaginifica di un disastro annunciato, in cui le voci, gli appelli, le simulazioni degli effetti di una catastrofe vengono derisi e sminuiti, all’interno di un vecchio gioco, quello del capitale, perché sono i soldi, sempre e comunque, a decidere chi abbia torto e chi ragione. E allora non ci può essere altra messinscena se non quella della messinscena stessa, un essere dentro e fuori dalla rappresentazione, dal dramma, dalla commedia, dalla satira. Nascondersi nei meccanismi teatrali e cinematografici e poi improvvisamente svelarli, entrare nella parte, selvaggiamente e poi lasciarla e riprendere le proprie necessità e problematiche individuali di uomo e attore e in questa altalena di recitazione e istrionismo Tom Cruise costruisce una prova artistica che ce lo mostra capace di esaltarsi e abbandonarsi, nelle vesti di Digger Rockwell, magnate megalomane, egocentrico, maniacale eppure stranamente divertente, perché nella profondità dei fatti, dei diversi punti di vis...

Nadie dijo nada, Raùl Ruiz, 1971

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  Sbronze nella notte per poi ritrovarsi a parlare di poesia o addormentarsi dove capita. Pranzi e litri di vino e ancora chiacchiere e discussioni e fogli pieni di versi, un’idea lirica che si radica nella routine della vita e da essa vorrebbe svilupparsi nel tentativo di cambiarla, scontrandosi però con una forma di isolamento culturale che sono gli stessi piani stretti di Ruiz (sui volti, sui corpi) a suggerire. È viscerale il costante desiderio di esprimersi, di comunicare, di dire qualcosa infervorati dall’ispirazione etilica, con modi ed espressioni puramente cileni, mentre di quel periodo e di quel tempo (siamo alla fine degli anni sessanta) poco si vede e ancora meno si capisce. C’è uno spirito artistico che aleggia e vuole manifestarsi, un torrente verbale, un tentativo di versificare il proprio presente che sembra abbracciare una generazione e mostrarne anche il suo fallimento, come suggerisce il titolo del film. Un epilogo da surrealismo flatulento suggella la brusca fin...

The Palace, Roman Polanski, 2023

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È un’umanità sul baratro quella che si ritrova al Palace Hotel di Gstaad per festeggiare l’arrivo del nuovo millennio. Un’umanità distorta, grottesca, un connubio di freak e ricconi, ognuno con le sue depravazioni, debolezze, manie. Un mondo dorato, chiuso, schizofrenico, in cui il direttore dell’albergo cerca di accontentare tutti, trovando soluzioni o inventandosele quando sembrano non esserci. Una sfilata di attori imbruttiti artificialmente o artefici della propria trasformazione, una galleria di maschere che finiscono per rappresentare i soliti desideri materiali di tutti: i soldi, il sesso, il potere, il cibo, l’alcool, il prestigio. Stanze di albergo, corridoi, cucine, bagni, spazi circoscritti che diventano piccoli palchi per la messinscena di un teatro dell’assurdo che ci rimandi gli impulsi primari nella loro volgare manifestazione, quella di una perenne ricerca di ciò che luccica sulla superficie, fra risate alcoliche e ultimi amplessi, seduzioni idrauliche e frodi bancarie ...

Fela - Il mio dio vivente, Daniele Vicari, 2023

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Viaggio per immagini e suoni in un mondo altro, quello della vita e della musica di Fela Kuti, artista e attivista nigeriano, attorno al quale ruota una babele anarchica di suonatori, mogli, amici e fumatori di marijuana. Una dimensione poliedrica che immerge le sue radici nell’animismo, nei rituali, nel panafricanismo, che arrivano all’occidente rielaborati e trasmessi dal carismatico e magnetico Fela, attraverso i suoi concerti, l’afrobeat e i suoi discorsi. Un mosaico altamente esplosivo, la cui frammentazione richiedeva uno sforzo di coesione filmica notevole, che Daniele Vicari è riuscito in pieno ad ottenere, costruendo una fluidità narrativa che tiene conto delle parti nella ricerca di un insieme coeso eppure inafferrabile. Perché così deve essere stata l’esistenza di Fela, che appare e scompare come lo spirito di un tempo ormai dimenticato, la cui testimonianza arriva dalle riprese, compiute nell’arco di alcuni anni da Michele Avantario e dai suoi diari, le cui pagine sono lett...

The Odissey, Christopher Nolan, 2026

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Le onde e il mare. I ricordi e la memoria. Un film sul tempo, quello di Nolan, da sempre affascinato dal suo scorrere. Un tempo che fluisce, si frammenta, si disperde, di dimentica e infine si ricollega, prendendo le forme del racconto, dell’epopea, dell’opera cinematografica. Alcuni brevi fotogrammi, quelli di Argo da cucciolo tra le mani di Ulisse, poi la sua morte fulminea dopo averlo riconosciuto. Forse solo un attimo e tutta la vita che è trascorsa e passata al suo interno. Come nel wormhole di Interstellar. E l’Odissea non è altro che l’archetipo narrativo di tutti i viaggi (quelli di fantascienza compresi, Kubrick docet), mentre il ritorno attende l’eroe con le sue insidie e le sue prove, affinché un cerchio si chiuda e si possa ripartire per un cammino diverso da quello da cui eravamo venuti. La magniloquenza della messinscena, la visionarietà filmica, il mostrarsi di un mondo arcaico, magico, simbolico, perduto. Sul punto di sgretolarsi. Dove la legge di Zeus ci ricorda qua...

Backrooms, Kane Parsons, 2026

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  I loop della mente, delle abitudini, il ripetersi degli errori e degli schemi comportamentali sbagliati. Liberarsene è possibile? Probabilmente no, fino a quando si rimane ingabbiati nelle distorsioni e negli inganni della propria psiche. Azioni e reazioni innescate da traumi passati, da ciò che essi hanno lasciato, cunicoli di pensieri, fino a quando il labirinto è completo e noi pronti a perderci al suo interno. E allora un mondo altro, un ennesimo universo parallelo, si materializza nella sua apparente assenza di logica e significato. E quale modo migliore di manifestarsi se non in una serie apparentemente infinita di stanze, camere, corridoi, spazi liminali vuoti e arredati da invisibili designer lisergici, luoghi che riportano dalle memorie del sottosuolo le paure archetipiche dell’uomo, la solitudine, il senso di smarrimento a cui si collega quasi inevitabilmente quello della scoperta e dell’inquietudine di ritrovarsi soli o di non esserlo. Una dimensione mentale che si aut...

Perfect Days, Wim Wenders, 2023

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Perfect Days è un film a misura d’uomo. Negli spazi urbani, puliti, ordinati, mai affollati. Le toilette della metro che pulisce Hirayama, la casa dove vive, i locali dove mangia o vede la tv, i bagni pubblici in cui si lava. Poi l’ipnosi visiva delle strade di Tokyo. Un mondo vicino ad altri mondi. Mondi collegati, a volte connessi altre paralleli. Mondi naturali e trascendentali, che si aprono nei momenti di quiete e solitudine. La luce che filtra fra le foglie, il gioco delle ombre, quello dei riflessi sulle superfici. Il mondo dei libri, quello della musica. Che Hirayama ascolta ancora esclusivamente su musicassetta (Lou Reed, The Animals, Patty Smith, Van Morrison), pensando che Spotify sia solo un altro negozio per adolescenti. Un uomo che sembra aver raggiunto un equilibrio, scandito dal ripetersi dei giorni e delle azioni, con piccole variazioni o imprevisti che il suo cuore accetta senza venirne turbato. E poi i varchi dei sogni, in bianco e nero, da cui arrivano frammenti de...