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Sirat, Óliver Laxe, 2025

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Presenze aliene e totemiche, quelle delle enormi casse posizionate sulla terra rossa e arida, un muro del suono pulsante e vivo, che le stesse rocce, le pareti scoscese e brulle, sembrano assorbire mentre i corpi si avvicinano agli speaker in un movimento estatico indotto dalle droghe ( of course ) e dalla techno e si uniscono in una entità apollinea e dionisiaca, sound and vision , da cui riemergere quando il rave sarà finito. Ed è proprio questa cultura al centro del film, al di là dei risvolti tragici della storia e dei vari pretesti narrativi per mandarla avanti, una cultura fatta di sonorità elettroniche, giganteschi trucks con cui spostarsi e sostanze psicotrope (acido, ecstasy, mdma) a cui affidare le proprie percezioni. Un nomadismo tribale contemporaneo alimentato dalla ricerca di libertà (o del prossimo luogo in cui allestire un free party ). Sirat è un viaggio verso il nulla ma anche un’esplorazione spirituale dello spazio, quello arcaico e ipnotico del deserto, quello i...

No Other Choice, Park Chan - wook, 2025

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  Un dialogo apparente fra spazi architettonici chiusi, abitabili, magnificamente arredati e quelli naturali limitrofi, che li circondano e li ampliano, testimoni silenziosi  di atrocità varie, di sepolture e segreti. Un apparente dialogo fra datori di lavoro e dipendenti, attraverso logiche di mercato e capitale, licenziamenti, assunzioni, taglio del personale. L’angoscia della perdita del lavoro si trasforma in stasi alcolica o nell’eliminazione diretta di possibili rivali, la macchinazione motivazionale ha presupposti psicologici e materiali, il denaro, i propri beni, il mantenimento della famiglia e dello status sociale.  Le industrie (della carta, di qualsiasi tipo) proseguono lungo il cammino tecnologico, macchine e intelligenza artificiale prenderanno il posto degli operai, nella lotta alla sopravvivenza salariale sembra non esserci scelta, il nucleo famigliare si stringe intorno a chi può produrre reddito, affinché l’equilibrio del proprio stile di vita non si sb...

Father Mother Sister Brother, Jim Jarmusch, 2025

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Tre storie in cui si alternano movimento e staticità, passaggi in macchina, passaggi emotivi, passaggi di tempo. Per poi sedersi a parlare e anche se i piani e le inquadrature rimangono fissi si ha l’impressione di spostarsi all’interno di sensazioni e malinconie, dal presente al passato e ritorno, attraverso foto, oggetti, disegni, frasi, mentre i legami familiari, invisibili eppure presenti tengono uniti i frammenti, che si collegano in una forma ormai stilizzata del racconto da cui emergono una leggerezza e una precisione registica che rasentano la perfezione. Jarmusch raggiunge un equilibrio narrativo e filmico attraverso una sua personale cifra stilistica che sa ormai cogliere l’essenziale, quello che solo il cuore può percepire e ce lo rimanda in  un lento fluire di immagini che in alcuni momenti rallentano fino ad improvvisi e inaspettati satori (i ragazzi sullo skate). Luoghi diversi (New Jersey, Dublino, Parigi), esistenze differenti, accomunate da una visione d’insieme c...

Anna, Alberto Grifi - Massimo Sarchielli, 1975

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Fa quasi male pensare che una cinquantina di anni fa Roma fosse ancora così, che ci si potesse fermare a un bar di Piazza Navona, prendersi un caffè e mettersi a chiacchiere di tutto quello che ci passava per la testa e più i discorsi diventavano bizzarri, sconclusionati, allucinati, più le persone si raggruppavano ad ascoltarli o a dire la loro e così quello spazio condiviso sembrava acquisire un valore concreto, perché creato da chi vi faceva parte, dalle sue storie, problemi, inquietudini, follie.  Se la storia di Anna è quella di una ragazza con una vita tragica, suggellata da primi piani che non le danno scampo, che non la lasciano mai sola, che ne colgono l’essenza in una maniera penetrante, forse anche violenta, il fuoricampo invece è un mondo che non esiste più, non nella sua dimensione urbanistica e architettonica quanto in quella sociale e individuale - Fare un film come Anna adesso sarebbe impossibile, nessuno oserebbe tanto, nessuno se ne fregherebbe di qualsiasi moral...

Total Recall, Paul Verhoeven, 1990

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Intorno all’idea dell’egotrip, che ci si immagina sia roba di Philip K. Dick, si accumulano tutta una serie di altri elementi che poi trasformeranno il film in un ibrido molto diverso dalle tematiche care allo scrittore americano. L’egotrip ha qualcosa di lisergico, nel nome, nella possibilità di esistere in realtà espanse della nostra immaginazione e qualcosa di cinematografico, nel trasformare la memoria in un vissuto narrativo di cui essere protagonisti. Anche Cronenberg aveva accarezzato il progetto e di suo rimangono gli elementi mutanti dei corpi di alcuni abitanti di Marte, compreso Kuato. A Paul Verhoeven invece si deve una regia accurata ed elegante, creativa e funzionale, mentre Sharon Stone aggiunge brividi sensuali ed erotici alle immagini con la sua sola presenza. Il corpomacchina di Scharwzenegger, poi, sposta definitivamente il film nel territorio dell’action, con i suoi muscoli pronti a tutto, fra esplosioni, sparatorie e duelli fisici. Inoltre ci sono effetti visivi ri...

Bugonia, Yorgos Lanthimos, 2025

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Complotti cosmici che attraversano le menti rallentate e ossessionate di due anime   deboli e ferite, deliri alieni, castrazioni chimiche e teste rasate in uno psicodramma claustrofobico, segnato da atti di violenza e schizzi di sangue, nel tentativo di resistenza umana al predominio delle multinazionali, terrestri quanto forse provenienti da altri mondi. Lanthimos costruisce sottotesti critici sull’abbrutimento etico della nostra società, organizzando metafore come alveari nei quali inserire i segmenti narrativi di una storia che oscilla fra verità&menzogna, dominio&sottomissione, nell’attesa che i ruoli si ribaltino e le prospettive di interpretazione si invertano. L’intelligenza e l’istinto femminile sono comunque superiori ai meccanismi razionali maschili, un universo altro che finisce per travolgere le poche certezze rimaste. Ecco dunque il mistero. Poi traumi viscerali dell’infanzia e possibili abusi, l’agonia emotiva creata dal legame con una madre (volante&volat...

Esterno Notte, Marco Bellocchio, 2022

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Sembra di essere sempre sul punto di entrare dentro l’intimità dei personaggi, nelle camere da letto, in quelle segrete, le stanze del potere, quella della prigionia di Moro, quelle in cui vivono in clandestinità i brigatisti eppure ne rimaniamo fuori, in un esterno costante che diventa il fulcro della narrazione, quell’altrove ormai lontano che trova un suo peso nel semplice manifestarsi come trama, come un intreccio talmente ben costruito, con i suoi misteri e i suoi inganni, che ci si chiede se davvero non ci sia stato dietro di esso una mente che l’abbia accuratamente elaborato e sul quale ancora abbiamo dubbi e domande, echi di inquietudini svanite, risposte mai ricevute.  Doveva essere un periodo di estrema confusione o di epocale lucidità quello degli anni settanta, con una generazione che una volta prese le armi non ha poi più ben saputo cosa farci, se non uccidere e fantasticare su una rivoluzione che non sarebbe mai arrivata.  Bellocchio pare avere in parte nostalg...