No Other Choice, Park Chan - wook, 2025
Un dialogo apparente fra spazi architettonici chiusi, abitabili, magnificamente arredati e quelli naturali limitrofi, che li circondano e li ampliano, testimoni silenziosi di atrocità varie, di sepolture e segreti. Un apparente dialogo fra datori di lavoro e dipendenti, attraverso logiche di mercato e capitale, licenziamenti, assunzioni, taglio del personale. L’angoscia della perdita del lavoro si trasforma in stasi alcolica o nell’eliminazione diretta di possibili rivali, la macchinazione motivazionale ha presupposti psicologici e materiali, il denaro, i propri beni, il mantenimento della famiglia e dello status sociale.
Le industrie (della carta, di qualsiasi tipo) proseguono lungo il cammino tecnologico, macchine e intelligenza artificiale prenderanno il posto degli operai, nella lotta alla sopravvivenza salariale sembra non esserci scelta, il nucleo famigliare si stringe intorno a chi può produrre reddito, affinché l’equilibrio del proprio stile di vita non si sbilanci troppo.
La regia di Park Chan-wook è elegante, raffinata, ricca di dettagli che aumentano le possibili ramificazioni della storia, un aggrovigliarsi di svariati elementi (sociali, politici, morali, musicali, privati, economici, sadici) che lo sguardo del regista accomuna o separa, scegliendo uno sviluppo narrativo che procede seguendo i tentativi omicidi del protagonista, la cui umanità si misura negli errori commessi, senza mai perdere il controllo sulla visione di insieme dell’intreccio, in cui il thriller, la commedia, il pulp si mescolano all’interno dello stile unico di questo regista.
Un film che ci rimanda i paradossi della contemporaneità in una lucida rappresentazione che ne esalti gli splendori visivi (tra tonalità cupe e altre brillanti) e ne sveli gli abissi etici, un territorio inesplorato, scivoloso, violento, prodotto di un mondo senza più valori. Segmenti che si incastrano, mosaici di informazioni, dati, piani, speculazioni mentali, un’originale disquisizione sul superfluo e il necessario, all’interno di un sistema in cui la sopravvivenza lavorativa risveglia gli istinti più ancestrali, una messinscena geometrica e poi libera dagli schemi di quanto il capitale può offrirci nei limiti di un immaginario da esso creato, la cui parte oscura ne rivela il sangue e le viscere, quel sacrificio che sembra inevitabile perché ogni altra possibilità di cambiamento appare purtroppo svanita. E allora il simulacro del benessere diventa immagine concitata e in lotta, non più di classe, quanto individuale e perversa, quello di Park Chan-wook è un cinema travolgente, imprevedibile, stratificato, capace di trasformare il conflitto in una ricerca estetica e formale, in un cinema a venire eppure già presente.
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