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Visualizzazione dei post da febbraio, 2022

Apocalypse Now, Francis Ford Coppola, 1979

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  This is the end, beautiful friend - Esplosioni e fiamme nella giungla, gli occhi del Capitano Willard, sdraiato su un letto sfatto, lenzuola sporche e sudate, il caldo, le veneziane ad una finestra, fuori - Saigon, shit - Le pale di un ventilatore che girano, il rumore di un elicottero (uno specchio in frantumi, il sangue sulla mano) una voce, una storia, una confessione - Una missione da compiere, gli ufficiali seduti ad un tavolo, registrazioni sonore su un nastro, un’altra voce, quella del colonnello Kurtz - I watched a snail crawl along the edge of a straight razor. That's my dream. That's my nightmare - Ogni immagine arriva nella mente come il frammento di un sogno - Flashback della giungla, prima ancora che la barca con Willard ci arrivi, del fiume, dei templi - Quante volte hai visto questo film? Mi domando, prima di accendere la pipa e tirare una lunga boccata d’oppio - Purple Haze - Un trip verso il cuore di tenebra dell’uomo - Non interrompere il flusso della sc

La via della droga, Enzo G. Castellari, 1977

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Il buon vecchio traffico di stupefacenti di una volta (eroina, in questo caso). Nascosta nelle valige, nei cappotti, nei peluche. Ce n’avevano di fantasia i corrieri. La via della droga. Cartagena, Hong Kong, Amsterdam (mancavo da parecchio dai suoi coffeshop e dalle vetrine del Red Light District), New York, Roma. La droga è una via? Un poveraccio si ritrova costretto a vendere alcune dosi di eroina fuori da una scuola (i nuovi consumatori di solito si agganciano con dosi gratuite, poi quando la scimmia sale sulla schiena tocca pagare) e lo fa non perché gli piaccia quanto perché gli è necessario per avere la sua di dose. Questo era il meccanismo quando finivi nella rota e non avevi soldi per pagarti la roba. O rubavi o ti mettevi a spacciare (o facevi marchette o ti prostituivi, a seconda dei gusti sessuali). Naturalmente i soldi non li fanno mai gli spacciatori di strada ma i grandi distributori, come in tutti i commerci, del resto. Ci sono alcuni genitori fuori dalla scuola che

L'uomo della strada fa giustizia, Umberto Lenzi, 1976

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  C’è una cornice, quella storica, della società italiana della metà degli anni settanta, con la sua violenza extraparlamentare e malavitosa e a volte tutte e due messe insieme. Una cornice che probabilmente Dardano Sacchetti (sceneggiatore insieme a Lenzi) ha fabbricato rifacendosi a molti dei fatti di sangue dell’epoca. Mi ricordo che DS suggeriva di scrivere una sceneggiatura in questo modo, partendo da ritagli di giornale, da notizie e poi costruendoci una trama sopra. C’è un’altra cornice, quella cinematografica e di genere. All’interno della quale L’uomo della strada fa giustizia assume più valore rispetto ad una lettura politica o morale. Certo, ci sono alcuni temi importanti che vengono toccati, come quello della giustizia, cioè cosa fare quando la legge è impotente o se sia lecito trasformarsi in una sorta di giustiziere solitario per ottenere una vendetta personale (o di far parte di ronde neofasciste in stile ku-klux-klan, per una collettiva) ma francamente tutto questo per

Titane, Julia Ducournau, 2021

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  Cadillac e buci di culo. Twerking. Sesso in macchina (con una macchina?) e bondage. Niente di male, anche a me piaci farmi legare al letto. Piercing ai capezzoli, una bocca che li succhia avidamente, fino a strapparli, che senza dolore non ci si prova gusto. Non fraintendetemi, anche a me piace il bdsm. Testa dura, testa di titanio. Forse la botta ricevuta da bimba ha scombussolato qualcosa nella capoccia di Alexia, che crescendo ha maturato incontrollabili pulsioni omicide. E allora uno bello spillone dentro un’orecchia di uno sfortunato spasimante, con tanto di sostanza lattiginosa che esce dalla bocca del malcapitato - Sono indeciso se smettere di vedere questo film e prendere il dvd di Crash ma decido di andare avanti - Arriva il sospetto di essere incinta, Alexia sembra non volere un bambino e quindi giustamente si infila il solito spillone nella fica per abortire e ne escono fuori gocce di olio (forse le serviva un meccanico più di un ginecologo). Perché poi la gravidanza si sv

Trastevere, Fausto Tozzi, 1971

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Mi ricordo le birre bevute sui gradini della fontana della piazza di Santa Maria in Trastevere e gli artisti di strada e le peroni scolate ai tavolini del Bar San Callisto, un po’ più in là, dove ancora si potevano vedere i reduci dei fattoni degli anni settanta, quelli che in questo film appaiono in vesti da hippy e con i capelli lunghi, fra loro c’è Nino Manfredi, pittore psichedelico e poliziotto con il vizio del fumo, già perché marijuana e hashish ti rincoglioniscono (e in alcuni casi è pure vero) e gli acidi (probabilmente le pasticchette di cui si parla) ti fanno dimenticare la bruttezza del mondo per fartelo vedere più colorato (che stronzata) ma qui la “droga” è male e basta e i giovani ne dovrebbero stare alla larga (quale indecente morale), poi c’è uno schifo variegato che emerge dalle immagini nei confronti di froci, ne(g)ri e fricchettoni, mentre altre cose si osservano con maggiore accondiscendenza come le mignotte, gli strozzini, i contrabbandieri e i nullafacenti vari p

La stanza del vescovo, Dino Risi, 1977

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  La dedizione per la fica (a parte quella della moglie, of course ) del personaggio interpretato da Ugo Tognazzi è a dir poco assoluta. Egli si commuove davanti alla visione del vello pubico di un paio di belle ragazze straniere e si nasconde in uno di essi nell’attimo in cui teme la morte, quale paradiso migliore lo potrebbe attendere? Il triangolo, non solo come figura geometrica, sembra ossessionare il nobiluomo che usa un giovane giralago come lato dei suoi laidi piani da lestofante seduttore per accaparrarsi le grazie della attraente cognata (gli occhi della Muti ti lacerano l’anima), come dargli, dunque, torto. Tognazzi impreca, bestemmia, scalpita quando accusato dell’omicidio della odiata consorte e costruisce le sue trame da erotomane impenitente, succhia le dita di impuberi adolescenti per insegnargli dove soffia il vento e si concede il lusso di seguire ogni scia che lo potrebbe portare nel tanto agognato giardino delle delizie. Questa tenacia all’assalto sessuale, al liber

La caduta degli dei, Luchino Visconti, 1969

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  Rituali, in interni, di una famiglia della nobiltà tedesca, a tavola, la servitù che accorre alla schioccare delle dita. Nel salone, davanti a poltrone imbottite, si assiste alla messinscena della decadenza di usi&costumi aristocratici, Helmut Berger, en travesti , imita la Marlene Dietrich de L’angelo azzurro . Ed è lui, HB (e Martin il personaggio che interpreta) l’emblema della pellicola, un virtuoso del vizio dalla bellezza androgina, che abilmente si destreggia fra travestitismo, pedofilia e incesto; il futuro erede delle acciaierie von Essenbeck non si lascia mancare nulla in quanto a perversioni. E lo vedremo in divisa da SS, con il braccio alzato, a consegnare l’impero della sua famiglia ai nazisti (chissà se Luchino si eccitava a vedere il suo Helmut vestito così…).  Fotografia meravigliosa, con i chiaroscuri della luce a disegnare i profili degli attori, colori morbosi, saturi, viscerali, corpi di donne longilinei, quasi maschili, volti stupendi (Berger, Thulin, Bolkan