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Il rito, Ingmar Bergman, 1969

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  Ritualità dionisiache per la (ri)nascita della tragedia, vesciche di vino, albe e costumi sadomaso, maschere grottesche ed enormi falli di legno, orgiastiche funzioni bacchiche prima del sesso, non consumato, invisibile eppure presente nella sua negazione - Testimonianze e confessioni di piaceri femminili, una mano nella vagina e l’altra sul clitoride e poi tutto diventa possibile, stanze e interrogatori, giudici kafkiani dalla copiosa sudorazione, la violenza come forma di eccitazione, gli schiaffi e le lacrime perché non c’è posto per i baci nell’esplosione degli istinti - Personalità che si travestono e si sdoppiano e corrono sul limite tra realtà e finzione, labili confini in cui l’altro diventa sé stesso e viceversa senza fratture se non quelle della psiche, scandagliata, scossa, fremente e terrorizzata - Confessioni e accuse, ebbrezze alcoliche a scardinare il proprio ego, segmenti narrativi come fossero scene teatrali, ambienti spogli, successioni di primi piani su attori ...