Vertigo, Alfred Hitchcock, 1958
Quadri allucinatori nella cornice di una ossessione. Sin dai titoli di testa (Saul Bass), con i giganteschi dettagli di occhi e labbra. Le bugie delle parole e le storie che gli sguardi inventano. Poi composizioni geometriche in movimento concentrico. Spirali ottiche. Sequenze in cui i colori pulsano e le figure si stagliano oltre lo spazio, in silhouette che cadono nel vuoto. Vertigine non è solo quella provata guardando in basso è anche e soprattutto quella dell’ascesa, della salita, del climax dell’orgasmo. Possibili letture sessuali. La torre come simbolo fallico e un uomo ridotto all’impotenza. La guarigione attraverso la morte e il sacrificio di una donna amata. Amata e ricostruita. Amata e (re)inventata. Nei gesti, nei vestiti, nel portamento. Nella tinta dei capelli. Doppi che si svelano e sovrappongono. Dettagli impressi nella memoria. Immagini pittoriche, cromatismi così saturi che sembrano appartenere a luoghi onirici. Il rosso avvolgente delle pareti di un ristorante....