Martìn (Hache), Adolfo Aristarain, 1997
Si parla e tanto e stranamente quasi nessuna parola è fuori luogo, perché ci sono significati profondi, dentro e fuori di esse, c’è un senso che viene dall’esperienza e dalla vita stessa e allora i dialoghi diventano spazi verbali per autentiche interazioni umane, confessioni e confronti e il dolore è lì, sempre presente, sottopelle, nelle vene e poi gli attimi di improvvisa poesia, le verità nascoste, l’aprirsi e il dischiudersi dei mondi interiori, quelli di quattro personaggi, Martìn, suo figlio Hache, Dante e Alicia, che si incontrano, si raccontano, si attraggono e respingono in uno scambio continuo si pensieri, sensazioni, rabbie, introspezioni, speranze e fallimenti che possiedono una rara sincerità, si va fino in fondo, dentro sé stessi anche se le conseguenze di queste discese possono essere tragiche e devastanti e poi le droghe, come parte dell’esistenza, erba, coca, eroina, alcol, tabacco, se ne conoscono gli effetti, si assumono senza troppi e stupidi giudizi morali, se ne ...