Necropolis, Franco Brocani, 1970
La funzione del labirinto è quella di farci perdere, di non lasciarci uscire. Necropolis è dunque un filmlabirinto nel quale dobbiamo smarrirci, appositamente e appassionatamente sconnesso, visionario, lisergico. Una serie di stanze, allestite secondo paradigmi mentali alterati, spoglie e minimaliste o con residui colorati della pop art, uno studio cinematografico (il numero 5, lo stesso di Fellini) trasformato nel mosaico impazzito di incontri occasionali, dove il labile confine fra teatro, cinema, performance e realtà si scioglie e ricompone in nuovi scenari apocalittici e immorali, in cui gli attori compaiono e poi svaniscono, parlando, vaneggiando, confessandosi, improvvisando - Carmelo Bene, Tina Aumont, Pierre Clementi - Un cinema a cui accostarsi spogliandosi delle proprie convinzioni e certezze per lasciarsi trasportare in una dimensione altra e ipnotica, potenzialmente noiosa e incomprensibile perché al di fuori delle logiche spettacolari e commerciali, con molteplici riferimenti letterari e storici. Una babele di lingue, di frasi sconnesse e ripetizioni. Di sadici (o masochistici) ed estenuanti monologhi. Una regia (Franco Brocani) che nel suo desiderio di liberà e sperimentazione rimane tuttavia controllatissima, nei brevi movimenti di macchina, nei primi piani e in quelli fissi, nel dare forma a quanto sembra continuare a scivolare via, a fuggire dalla sua origine, a manifestarsi in una serie di immagini che non vogliono mai compiacere lo spettatore ma confonderlo, intimorirlo, forse scoraggiarlo nel proseguimento di un viaggio iniziatico nelle lande sotterranee del subconscio creativo - Tunnel psichici, frantumazioni temporali, dialoghi passato/presente - Attila, Frankenstein, Eliogabalo, Montezuma, il diavolo, una contessa perversa - La città dei morti, un’interzona in cui de(com)porre le nostre difese, cercare la luce e risvegliarsi nell’oscurità, seguire un filo (illogico, sensuale, delirante) che forse (non) ci porterà fuori da qui.
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