Sirat, Óliver Laxe, 2025
Presenze aliene e totemiche, quelle delle enormi casse posizionate sulla terra rossa e arida, un muro del suono pulsante e vivo, che le stesse rocce, le pareti scoscese e brulle, sembrano assorbire mentre i corpi si avvicinano agli speaker in un movimento estatico indotto dalle droghe (of course) e dalla techno e si uniscono in una entità apollinea e dionisiaca, sound and vision, da cui riemergere quando il rave sarà finito. Ed è proprio questa cultura al centro del film, al di là dei risvolti tragici della storia e dei vari pretesti narrativi per mandarla avanti, una cultura fatta di sonorità elettroniche, giganteschi trucks con cui spostarsi e sostanze psicotrope (acido, ecstasy, mdma) a cui affidare le proprie percezioni. Un nomadismo tribale contemporaneo alimentato dalla ricerca di libertà (o del prossimo luogo in cui allestire un free party).
Sirat è un viaggio verso il nulla ma anche un’esplorazione spirituale dello spazio, quello arcaico e ipnotico del deserto, quello interiore in cui ogni esperienza psichedelica converge e poi quello filmico, attraverso il dialogo fra primi piani e campi lunghi(ssimi) che sappiano rimandarci il senso di apertura dello sguardo verso una dimensione altra, che gli scenari naturali possono delimitare o ampliare. Uno spazio che diventa anche acustico, modellato da un sapiente lavoro sulla colonna sonora, in una vertiginosa e vibrante ascesa (o caduta) verso la mistica dell’elettronica, quei ritmi che con il loro ripetersi incalzante si trasformano in uno stato alterato della mente, dandoci così accesso a ciò che si trova dall’altra parte.
Lungo il confine di questa ennesima fuga, di questo cinema espanso, c’è l’orrore militare di una guerra che non vedremo, di macchine in fila per un po’ di benzina, uno scenario apocalittico segnato poi da morti improvvise, dalla perdita e dal tentativo di esorcizzare il lutto e di andare avanti, fosse anche con l’aiuto di infusi di piante sacre (probabilmente San Pedro).
Oliver Laxe ci trasporta in una esperienza audiovisiva di profonda immersione sensoriale, una cerimonia filmica in cui lasciarsi andare, oltrepassando le trappole del dolore, nella possibile catarsi che esiste solo nel seguire il cammino che abbiamo davanti, dovunque esso abbia deciso di portarci.
La prima volta che ho visto Stefania è stato a Tablones, ero seduto fuori dal bar dei gitani con Wibbs e stavamo bevendo birra. Eravamo alla metà della seconda Alhambra. Stefania è passata con Alex e avevano una bottiglia di vodka quasi piena in cui avevano messo dei peperoncini rossi. Me ne hanno offerto un bicchierino, dopo averlo scolato mi ricordo solo una specie di fuoco che dallo stomaco mi è arrivato dritto al cervello. Per spegnerlo mi sono dovuto finire il resto dell’Alhambra in un solo sorso.
Altre volte l’ho vista in giro per Orgiva con la sua macchina scassata o passare davanti alle baracche e ai trucks di Cigarrones, quando ho vissuto lì per qualche mese, aveva sempre una canna in bocca. Non abbiamo mai parlato.
L’ultima volta è stato a un party dentro la casabaracca di Wibbs e Vanessa, Alex stava facendo girare i dischi e lei ballava accanto a lui. Era bellissima, lievemente truccata, muovendosi al ritmo delle pulsazioni elettroniche. Avevo comprato un acido che avrei preso in un’altra occasione. Per quella serata speed, birra e qualche canna erano più che sufficienti. Ci siamo guardati e sorrisi. Prima che chiudessi gli occhi e mi perdessi in quella musica.
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