Father Mother Sister Brother, Jim Jarmusch, 2025


Tre storie in cui si alternano movimento e staticità, passaggi in macchina, passaggi emotivi, passaggi di tempo. Per poi sedersi a parlare e anche se i piani e le inquadrature rimangono fissi si ha l’impressione di spostarsi all’interno di sensazioni e malinconie, dal presente al passato e ritorno, attraverso foto, oggetti, disegni, frasi, mentre i legami familiari, invisibili eppure presenti tengono uniti i frammenti, che si collegano in una forma ormai stilizzata del racconto da cui emergono una leggerezza e una precisione registica che rasentano la perfezione. Jarmusch raggiunge un equilibrio narrativo e filmico attraverso una sua personale cifra stilistica che sa ormai cogliere l’essenziale, quello che solo il cuore può percepire e ce lo rimanda in  un lento fluire di immagini che in alcuni momenti rallentano fino ad improvvisi e inaspettati satori (i ragazzi sullo skate).

Luoghi diversi (New Jersey, Dublino, Parigi), esistenze differenti, accomunate da una visione d’insieme che ne coglie le sfumature, fra tristezza e ironia, i silenzi, le cose non dette, le attese, le piccole bugie. La tranquillità di un lago. Una scatola di libri. Un appartamento ormai vuoto. Le apparenze e ciò che si svela dietro di esse. E le droghe, da qualche parte. Quelle che Tom Waits elenca giusto per ricordare ai figli che ha smesso di usarle. La psilocibina, assunta in microdosi, per ricollegarci con il presente e la sua meraviglia. L’acqua come medicina, come accade nelle cerimonie del peyote. Poi le transizioni visive, quasi astratte, da un episodio all’altro, con brevi arrangiamenti di chitarra. Um mosaico di gesti, sguardi, pause, riprese, sorrisi, una costellazione così preziosa di tutto quello che al di là della nostra identità ci lega ai ruoli parentali che siamo costretti ad assumere nel corso della vita. E oltre questo forse solo la libertà dell’abbandono. Di ritrovarsi soli senza esserlo mai stati.


 

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