The Beach, Danny Boyle, 2000
Lasciamo stare le troiate generazionali, che viste da chi si avvicina ai cinquant’anni oggi sono ancora più tali, i paradisi pseudohippy, le enormi piantagioni di marijuana, il desiderio della carne e le bugie del sesso, gli scenari da cartolina, l’idea plastificata di avventura in un paese straniero, oltre l’anticipazione del piacere, nella ricerca di qualcosa di autentico che devii dalle rotte turistiche per immergersi in una realtà altra, un universo parallelo, posticcio come pochi, inutile come molti.
Prefigurando nel finale l’ossessione odierna della condivisione di immagini sui social media e deviando il gaming in una parentesi filmica inspiegabile che si apre, quasi dopo la metà della pellicola, in una dimensione audiovisiva alterata, dove il personaggio interpretato da Di Caprio sprofonda come in un trip andato a male, questo film non sembra però approdare da nessuna parte. Mushroom? Chiede Robert Carlyle al giovane Leonardo che sembra non averne proprio bisogno, già perso di suo in una paranoica distorsione della sua presenza sull’isola. Poi echi di Apocalypse Now, colonna sonora supeparacula, lo stile di Danny Boyle che anche se non ci credi ti cattura sempre, poi altri echi letterari, quelli di Lord of the flies, la tiepida critica ad una società dei consumi che è la stessa a cui la storia è destinata e dalla quale trarrà il suo profitto al botteghino.
Disconnessioni della trama, prevedibili sviluppi, a parte per quei venti minuti di delirio nella giungla e nella mente. Il resto è un’utopia da due spicci che ha saputo monetizzare il desiderio di libertà di una generazione inconsapevole di sé stessa, un attimo prima che sprofondasse nei vortici di questa allucinazione digitale collettiva nella quale stiamo ancora vivendo.
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