Midsommar, Ari Aster, 2019


Antiche e ancestrali ritualità pagane, collegate con la terra, la natura, il sole, il ciclo di vitamorte. La luce diurna che scaccia la notte, senza però esorcizzarne demoni e segreti. Una lenta e inesorabile trasformazione, funzione primordiale del rito, all’interno di una serie di passaggi, che trasformino l’ordinario in festa, mentre gli elementi primari acquisiscono potere e con essi le arcaiche conoscenze prendono forma, riconducendo uomini e donne ad una visione panteistica del mondo, in cui noi non siamo alto che figure in transizione al suo interno. Da una possibile lettura antropologica si passa poi alla pura visione o contemplazione di quanto accade, grazie anche al massiccio uso di piante e miceti dai notevoli effetti psicotropi. Di rara precisione visiva ed emotiva, va detto, la sequenza in cui vengono assunti dei funghi magici, poi le estatiche danze celebrative, fino al grandguignol sacrificale in cui macabro e grottesco trascendono la violenza in un atto creativo e il fuoco purifica il sangue e l’orrore in esplosioni di follia collettiva nell’attesa che il rito si concluda - Peli pubici in tortini di carne, sangue mestruale in elisir di innamoramento, sequenze orgiastiche di fecondazione femminile, in cui l’uomo è puro strumento procreativo, canti e balli, suicidi da primitivi precipizi psicotici, polveri paralizzanti, mentre i vari trip finiscono male, nella parte sbagliata dell’esperienza, nella paranoia e nella confusione e la trappola si chiude e con essa le insondabili verità che ogni mistero svela e nasconde.

In questa densità cognitiva, spirituale e corporea, il regista ci trascina in percezioni altre, in una dimensione che la onnipresente luce non serve a chiarire ma a rendere ancora più angosciante, tutto appare nitido e presente eppure potrebbe anche essere il frutto di una continua allucinazione, quando i momenti di panico si palesano, fra spaventose torture e grotteschi impagliamenti, questi fantocci di ossa e carne destinati al teatro dell’umana commedia, tornando alle origini, alla fonte primaria, verso la quale idioti e deformi sono più vicini, lasciando i loro confusi disegni in libri sacri nell’attesa di una interpretazione.

Cinema lussuoso e disturbante, quello di Ari Aster, a tratti smarrito in atrocità programmate, con giovani attori giustamente sacrificati, marionette di una sceneggiatura che nel loro martirio trova la sua florida realizzazione.


 

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