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The Culpepper Cattle Co., Dick Richards, 1972

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Viaggio di formazione verso la disillusione totale, in una rilettura antiepica e antieroica del western (primi anni settanta, revisionismo del genere, iperrealismo), in cui i personaggi, spogliati di qualsiasi aura mitica, vengono ripresi nella realtà dell’epoca (1866, con qualche anacronismo), tra bestiame, sudore, sangue e sporcizia, circondati da un ambiente selvaggio, durante le traversate con le mandrie e da una violenza insita nell’esistenza stessa, vivere e morire fanno porte dell’ordine quotidiano delle cose e la loro scelta è decisa solo da chi riesce a sparare per primo. La figura del cowboy è quindi quella di un semplice lavoratore, sottopagato, alle prese con furti e rapine, da cui deve salvaguardarsi e difendersi, a volte uccidendo (senza scrupoli morali), altre cercando di riprendersi con la forza ciò che gli è stato sottratto. Una pellicola polverosa, accompagnata da una coinvolgente musica folk/country , con una regia sicura e curata (Dick Richards), attenta agli indi...

The House That Jack Built, Lars Von Trier, 2018

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  Architetture della mente, del crimine, dell’arte, del cinema. Una serie di omicidi e  poi connessioni, riflessioni filosofiche e turbe psicologiche attraverso cui l’opera di Lars Von Trier prende forma (libera, personale, unica), sottomettendo la narrazione alle esigenze del pensiero, della speculazione estetica, creando cortocircuiti etici e disintegrando ogni possibile moralismo, visto che l’autore dei ragionamenti è un sadico serial killer e le sue vittime, diventano, dalla sua prospettiva, opere d’arte.  In un dialogo over con il  suo interlocutore Vergie, che finirà per spostare la storia, in una deriva dantesca e infernale, Jack (interpretato da Matt Dillon), discute delle teorie e dei progetti che gli passano per la testa, spostando così l’attenzione dello spettatore in quei territori difficili da esplorare o penetrare, in cui l’animo umano sembra perdere le proprie protezioni e affondare negli abissi della psiche e dell’istinto animale.  L’intero fi...

The man who fell to earth, Nicolas Roeg, 1976

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Un film da ricostruire nella propria sala montaggio cerebrale, se proprio se ne senta il bisogno, oppure dentro al quale lasciarsi andare, smarrendosi negli interstizi narrativi, nelle asimmetriche ellissi temporali, negli spazi che si allargano (piani lunghi, riprese aeree) e restringono (primi piani, dettagli), percepiamo così la possibilità di fare un’esperienza cinematografica altra, per non dire aliena dai canoni filmici contemporanei. Certo, in quel periodo di droghe ne giravano parecchie e molta dell’estetica e delle modalità narrative di quegli anni ne sono state influenzate, lo stesso Bowie assumeva parecchia coca e la sua immagine glabra, asciutta e asessuata sembra uscire fuori dalla copertina di Low (pubblicato l’anno seguente al film), con lo stesso taglio di capelli e quella tinta arancione. Bowie, che interpreta oltre a se stesso anche il personaggio di Thomas Jerome Newton appare spaesato, confuso, forse vittima di circostanze di sceneggiatura a lui totalmente estranee...

The Misfits, John Houston, 1961

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La sensibilità sottopelle di Marilyn, la sua malinconia trasformata in tristezza, in alcuni sguardi, a volte pieni di amore, altre rivolti chissà dove. La quasi tangibile necessità di una figura maschile, da cui essere capita e da cui essere amata. Il suo mondo interiore racchiuso in un corpo e in una figura che gli uomini difficilmente riescono ad oltrepassare, come fosse quella la vera frontiera, per arrivare a ciò che si cela al suo interno. In un certo modo John Houston ce ne rende la fulgida essenza, che finisce per permeare l’intero film, anche se in un paio di inquadrature anche lui si perde sul fondoschiena di Marilyn, fasciato da jeans attillati, mentre sobbalza su un cavallo o in un suo movimento ipnotico mentre dondola quasi impazzito all’interno di un bar. La sessualità è l’evidenza, la femminilità il mistero. Intorno a lei girano tre figure maschili. Clark Gable, vecchio cowboy, dal fascino maturo e rassicurante. Eli Walach, meccanico e amico di Clark, il primo a mettere g...

Adolescence, Philip Barantini, 2024

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È un mondo alieno eppure ci circonda, quello degli adolescenti (inglesi? Di ogni nazione?), con un loro alfabeto, i codici, i segni e i gesti di riconoscimento, un mondo in cui la tecnologia distrae dal reale (e cosa è reale oggi?) e crea nuove forme di comunicazione e dipendenza, territori inesplorati e pericolosi, dove si rischia di perdersi e smarrirsi, in un labirinto percettivo e cognitivo di cui non si conosce ancora la mappatura precisa (sempre ammesso che possa esistere), perché in continuo cambiamento ed evoluzione. Un mondo dal quale gli adulti sono esclusi, che osservano o vivono dai margini di silenzi e brevi conversazioni, di cui cercano di interpretare segnali o parole, che diventano, anche per i più attenti, solo interferenze nei loro cicli quotidiani, rumore bianco, disturbo di una stabilità sociale che si basa su una concezione e una conoscenza differente (da quella dei ragazzi) di ciò che hanno intorno (e dentro). In questa dimensione fisica e psichica instabile, i...

Ripley, Steven Zaillian, 2024

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  La luce, sempre la luce. Come nei quadri di Caravaggio, di cui ricorrono i capolavori, a Napoli e a Roma, all’interno della trama, non solo come fonti di ispirazione estetica ma anche di carattere narrativo e simbolico, la violenza dell’uomo, le sue azioni, la sua conflittuale natura.  La luce e la fotografia. Stupenda, raffinata, magnetica, ad opera di Robert Elswit. La ricercatezza formale di ogni singola inquadratura di Ripley è sorprendente. Il bianco e nero realizzato anche. Le geometrie delle composizioni, la cura dei dettagli, i contrasti, le ombre, i richiami del cinema noir degli anni quaranta.  Steven Zaillian trasforma il romanzo originale di Patricia Goldsmith in una lezione sull’arte cinematografica e pittorica, coniugando le possibilità della macchina da presa a quelle di uno stile impeccabile, capace, tra le altre cose, di darci singolari squarci di alcune famose città italiane, oltre a Napoli e Roma anche Venezia e Palermo, che forse stavano solo aspe...

Macbeth, Roman Polanski, 1972

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È un mondo barbaro, quello di Macbeth, suggellato dal naturalismo della messinscena di Polanski, tra fango, sporcizia, sangue e bestie. Un mondo magico, dove la superstizione e l’arcano trovano la loro voce (le tre streghe) e influenzano gli eventi e le decisioni dei personaggi. Un mondo e un tempo che sembrano dialogare anche con quello in cui il film è stato girato, i primi anni settanta, grazie alla musica di un gruppo di quel periodo ( Third Ear Band ), giovani attori dalle sembianze hippy (Finch, Annis), i soldi di Hugh Hefner di Playboy come produttore e la presenza di notevoli momenti allucinatori e psichedelici (la visione del pugnale, quella indotta dall’intruglio bevuto da Macbeth al sabba delle streghe, le apparizioni di Banquo sventrato) che ci fanno pensare alle droghe dell’epoca, lsd e magic mushrooms, in un trip andato veramente a male.  Roman Polanski si immerge totalmente in questa misteriosa dimensione, lasciandosi affascinare e sedurre dagli scenari naturali del...