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The Misfits, John Houston, 1961

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La sensibilità sottopelle di Marilyn, la sua malinconia trasformata in tristezza, in alcuni sguardi, a volte pieni di amore, altre rivolti chissà dove. La quasi tangibile necessità di una figura maschile, da cui essere capita e da cui essere amata. Il suo mondo interiore racchiuso in un corpo e in una figura che gli uomini difficilmente riescono ad oltrepassare, come fosse quella la vera frontiera, per arrivare a ciò che si cela al suo interno. In un certo modo John Houston ce ne rende la fulgida essenza, che finisce per permeare l’intero film, anche se in un paio di inquadrature anche lui si perde sul fondoschiena di Marilyn, fasciato da jeans attillati, mentre sobbalza su un cavallo o in un suo movimento ipnotico mentre dondola quasi impazzito all’interno di un bar. La sessualità è l’evidenza, la femminilità il mistero. Intorno a lei girano tre figure maschili. Clark Gable, vecchio cowboy, dal fascino maturo e rassicurante. Eli Walach, meccanico e amico di Clark, il primo a mettere g...

Adolescence, Philip Barantini, 2024

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È un mondo alieno eppure ci circonda, quello degli adolescenti (inglesi? Di ogni nazione?), con un loro alfabeto, i codici, i segni e i gesti di riconoscimento, un mondo in cui la tecnologia distrae dal reale (e cosa è reale oggi?) e crea nuove forme di comunicazione e dipendenza, territori inesplorati e pericolosi, dove si rischia di perdersi e smarrirsi, in un labirinto percettivo e cognitivo di cui non si conosce ancora la mappatura precisa (sempre ammesso che possa esistere), perché in continuo cambiamento ed evoluzione. Un mondo dal quale gli adulti sono esclusi, che osservano o vivono dai margini di silenzi e brevi conversazioni, di cui cercano di interpretare segnali o parole, che diventano, anche per i più attenti, solo interferenze nei loro cicli quotidiani, rumore bianco, disturbo di una stabilità sociale che si basa su una concezione e una conoscenza differente (da quella dei ragazzi) di ciò che hanno intorno (e dentro). In questa dimensione fisica e psichica instabile, i...

Ripley, Steven Zaillian, 2024

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  La luce, sempre la luce. Come nei quadri di Caravaggio, di cui ricorrono i capolavori, a Napoli e a Roma, all’interno della trama, non solo come fonti di ispirazione estetica ma anche di carattere narrativo e simbolico, la violenza dell’uomo, le sue azioni, la sua conflittuale natura.  La luce e la fotografia. Stupenda, raffinata, magnetica, ad opera di Robert Elswit. La ricercatezza formale di ogni singola inquadratura di Ripley è sorprendente. Il bianco e nero realizzato anche. Le geometrie delle composizioni, la cura dei dettagli, i contrasti, le ombre, i richiami del cinema noir degli anni quaranta.  Steven Zaillian trasforma il romanzo originale di Patricia Goldsmith in una lezione sull’arte cinematografica e pittorica, coniugando le possibilità della macchina da presa a quelle di uno stile impeccabile, capace, tra le altre cose, di darci singolari squarci di alcune famose città italiane, oltre a Napoli e Roma anche Venezia e Palermo, che forse stavano solo aspe...

Macbeth, Roman Polanski, 1972

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È un mondo barbaro, quello di Macbeth, suggellato dal naturalismo della messinscena di Polanski, tra fango, sporcizia, sangue e bestie. Un mondo magico, dove la superstizione e l’arcano trovano la loro voce (le tre streghe) e influenzano gli eventi e le decisioni dei personaggi. Un mondo e un tempo che sembrano dialogare anche con quello in cui il film è stato girato, i primi anni settanta, grazie alla musica di un gruppo di quel periodo ( Third Ear Band ), giovani attori dalle sembianze hippy (Finch, Annis), i soldi di Hugh Hefner di Playboy come produttore e la presenza di notevoli momenti allucinatori e psichedelici (la visione del pugnale, quella indotta dall’intruglio bevuto da Macbeth al sabba delle streghe, le apparizioni di Banquo sventrato) che ci fanno pensare alle droghe dell’epoca, lsd e magic mushrooms, in un trip andato veramente a male.  Roman Polanski si immerge totalmente in questa misteriosa dimensione, lasciandosi affascinare e sedurre dagli scenari naturali del...

Mickey 17, Bong Joon-ho, 2025

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Soluzioni salvifiche, valide vendette, occhio per occhio, incidente per incidente, tensioni esplosive risanate e sostenute da paradossi che riconfigurano una società che non riesce ad evolversi, rinchiusa e combattuta tra le solite esigenze: il potere, il sesso, la violenza. Il sospetto che un mondo migliore sia possibile rimane ma il modo in cui Bong Joon-ho si avvicina a questo dubbio sembra essersi invischiato nelle logiche occidentali, in una maniera di pensare che al di là di alcune trovate visive e narrative rimane comunque intrappolata nello stesso funzionamento di sempre. Si evidenziano dunque i confini della stupidità umana e di quello che caratterizza la nostra specie, compresa la paura della morte che sembrerebbe essere stata accantonata dall’invenzione di una stampante capace di ricreare il nostro corpo e la nostra mente donandoci così l’illusione dell’immortalità. O forse dell’illimitata ripetizione dei nostri sbagli. Nasce così l’idea degli expendable , uomini che vengono...

Parthenope, Paolo Sorrentino, 2024

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Ritorniamo sulla bellezza (vuota, epidermica, patinata) e quale orrore in tutto ciò (compresa la solita citazione iniziale di Céline), quale orrore nella giovinezza, nei corpi tonici e abbronzati, nei rallentamenti da rotocalco di azioni inutili, tese ad afferrare lo scorrere del tempo, quell’attimo già passato, quella vanità femminile così sfibrante.  L’orrore di un film che gira intorno a un corpo come fosse simbolo di una città, una psiche marina e mutevole che ne vorrebbe mostrare i molteplici aspetti, i tanti volti, le molte anime, l’orrore di essere spettatori, di stare a guardare senza neanche sapere più perché, giusto il nome di un regista che da qualche parte ci ricordavamo di aver apprezzato, mentre il senso di fastidio cresce con il fluire delle sequenze e striscia sottopelle e con esso la certezza che quello che una volta era stile ora non sia altro che reiterata maniera. Paesaggi, squarci, segreti, misteri, lacerazioni interiori, colpe, tutti frammenti di un mosaico ...

Repulsion, Roman Polanski, 1965

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Ambientato in una insolita Londra soleggiata e ripresa attraverso un memorabile uso del bianco e nero - Una città estranea allo sguardo del regista, che da poco ci si era trasferito, le cui strade servono da scenario per gli spostamenti della protagonista (Carole, interpretata da Catherine Deneuve) e dei pedinamenti di Polanski, che la insegue con una macchina a mano, standole addosso e riproponendo lo stesso stile quando le sequenze si sposteranno nell’appartamento che Carole condivide con la sorella e nel quale si ritroverà sola, una volta che quest’ultima sarà partita per una vacanza in Italia, proprio a Pisa, la cui torre pendente appare come un simbolo fallico perfetto. Ed è proprio l’universo maschile a respingere e ripugnare Carole, i suoi tentativi di contatto fisico e quelli di seduzione finiscono in una serie di fallimenti mentre cresce all’interno della donna un senso di disagio e repulsione.  Dopo una prima parte lenta e ripetitiva Polanski comincia a farci scivolare n...