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Once upon a time in... Hollywood, Quentin Tarantino, 2019

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  In un luogo come Hollywood non dovremmo cercare di fare distinzioni fra quanto appartiene al regno del reale e quanto appartiene a quello della finzione. Tutto può essere riscritto e rielaborato, tutto può essere trasformato in immagini. In questa magnifica perdita di ciò che è stato vero e nella sua trasformazione in una dimensione puramente cinematografica risiede la grandezza delle opere di Tarantino, che costruisce continuamente mondi diegetici paralleli, sequenze di vita in celluloide che trascendono lo schermo per radicarsi nello sguardo dello spettatore. Sappiamo quale è il rischio, ammettere che il doppio cinematografico sia migliore delle poche verità che contiene, spostarci anche noi nel territorio della fiction significa amare l’arte nel suo potere di trasfigurare l’ordine delle cose e degli eventi. I nglorious Basterds , Django Unchained e The Hateful Eigh t hanno visto Quentin Tarantino impegnato a riscrivere a suo modo alcune parti della Storia americana (ed europe...

The Trip, Roger Corman, 1967

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Colorato e incasinatissimo flashback degli anni sessanta, quando ancora si sperimentava con l’acido lisergico o se ne cercavano utilizzi nei vari campi delle esperienze umane. Corman, insieme a un manipolo di giovani attori, Jack Nicholson alla scrittura, Fonda, Hopper e Dern in scena, sfrutta la notorietà dell’LSD (all’epoca) e ci costruisce intorno una sgangherata pellicola (che sembra sperimentale ma invece ha finalità molto commerciali), che ha il merito di farci ricordare ciò che la sostanza può offrire in termini di applicazione dei suoi effetti al linguaggio cinematografico. Oltre a quelli visivi, ai mandala, alle luci si lavora anche sul montaggio, con tagli veloci e improvvisi che collegano fra loro diverse situazioni, pensieri, allucinazioni, le immagini abbandonano la logica razionale per perdersi nelle possibilità della poesia o del simbolismo, in una confusione percettiva che può volgere al caos totale quanto a una nuova forma espressiva. Come dicevamo si tentavano nuove s...

Permanent Vacation, Jim Jarmush, 1980

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Quella del drifter è una vita affascinante, un approccio erratico all’esistenza, che Jarmush, nella sua prima opera, trasforma anche in uno stile filmico personale e ipnotico. Serie di brevi sequenze si sommano, bizzarri incontri e strambi personaggi si alternano nei vagabondaggi del giovane Aloysious Parker, in una New York sporca e bombardata da aerei invisibili, tra vicoli, stanze squallide e spoglie, polverose sale cinematografiche e ricoveri per malati di mente. È un’umanità sul limite di un baratro psichico quella mostrata da Jarmush eppure piena di vitalità, fuori da ogni schema, in una deriva che solo lo spostarsi da un luogo a un altro, quando le cose e le situazioni iniziano a ripetersi, può permetterci. È simile ad essere un turista in una vacanza permanente, come ci suggerisce il titolo. Il non avere appigli e sicurezze riduce le nostre ambizioni e il solo vivere e il riempire il tempo con quello che più ci piace dà il senso del nostro scorrere e delle nostre azioni. Un na...

Chappaqua, Conrad Rooks, 1966

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Diario per immagini allucinate di un tentativo di disintossicarsi dall’alcol. Attraverso un detour psichedelico fra effetti e astinenze, Conrad Rooks, ci propone di partecipare a un viaggio solipsistico all’interno della propria pische, delle esperienze fatte, di ciò che resta, di ciò che va in frantumi dopo e durante l’assunzione di diverse droghe.  La disintegrazione del racconto, del linguaggio filmico, mina la comprensione logica ma è proprio oltre essa che si vuole andare, spostandosi su altri piani percettivi, di coscienza e di apprendimento. Un bianco e nero dai contrasti violenti, un monocromo a tratti asfissiante e angosciante, poi le esplosioni dei colori attraverso sovrimpressioni e dissolvenze, a ricercare le sensazioni di un trip acido, mentre le voci e i suoni si rincorrono e arriva improvvisa e ipnotica la musica di Ravi Shankar a sviluppare le nuove possibilità di una trama a cui sembra fuorviante dare una struttura omologata e fruibile. Cinema sperimentale, che sab...

The Culpepper Cattle Co., Dick Richards, 1972

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Viaggio di formazione verso la disillusione totale, in una rilettura antiepica e antieroica del western (primi anni settanta, revisionismo del genere, iperrealismo), in cui i personaggi, spogliati di qualsiasi aura mitica, vengono ripresi nella realtà dell’epoca (1866, con qualche anacronismo), tra bestiame, sudore, sangue e sporcizia, circondati da un ambiente selvaggio, durante le traversate con le mandrie e da una violenza insita nell’esistenza stessa, vivere e morire fanno porte dell’ordine quotidiano delle cose e la loro scelta è decisa solo da chi riesce a sparare per primo. La figura del cowboy è quindi quella di un semplice lavoratore, sottopagato, alle prese con furti e rapine, da cui deve salvaguardarsi e difendersi, a volte uccidendo (senza scrupoli morali), altre cercando di riprendersi con la forza ciò che gli è stato sottratto. Una pellicola polverosa, accompagnata da una coinvolgente musica folk/country , con una regia sicura e curata (Dick Richards), attenta agli indi...

The House That Jack Built, Lars Von Trier, 2018

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  Architetture della mente, del crimine, dell’arte, del cinema. Una serie di omicidi e  poi connessioni, riflessioni filosofiche e turbe psicologiche attraverso cui l’opera di Lars Von Trier prende forma (libera, personale, unica), sottomettendo la narrazione alle esigenze del pensiero, della speculazione estetica, creando cortocircuiti etici e disintegrando ogni possibile moralismo, visto che l’autore dei ragionamenti è un sadico serial killer e le sue vittime, diventano, dalla sua prospettiva, opere d’arte.  In un dialogo over con il  suo interlocutore Vergie, che finirà per spostare la storia, in una deriva dantesca e infernale, Jack (interpretato da Matt Dillon), discute delle teorie e dei progetti che gli passano per la testa, spostando così l’attenzione dello spettatore in quei territori difficili da esplorare o penetrare, in cui l’animo umano sembra perdere le proprie protezioni e affondare negli abissi della psiche e dell’istinto animale.  L’intero fi...

The man who fell to earth, Nicolas Roeg, 1976

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Un film da ricostruire nella propria sala montaggio cerebrale, se proprio se ne senta il bisogno, oppure dentro al quale lasciarsi andare, smarrendosi negli interstizi narrativi, nelle asimmetriche ellissi temporali, negli spazi che si allargano (piani lunghi, riprese aeree) e restringono (primi piani, dettagli), percepiamo così la possibilità di fare un’esperienza cinematografica altra, per non dire aliena dai canoni filmici contemporanei. Certo, in quel periodo di droghe ne giravano parecchie e molta dell’estetica e delle modalità narrative di quegli anni ne sono state influenzate, lo stesso Bowie assumeva parecchia coca e la sua immagine glabra, asciutta e asessuata sembra uscire fuori dalla copertina di Low (pubblicato l’anno seguente al film), con lo stesso taglio di capelli e quella tinta arancione. Bowie, che interpreta oltre a se stesso anche il personaggio di Thomas Jerome Newton appare spaesato, confuso, forse vittima di circostanze di sceneggiatura a lui totalmente estranee...