Backrooms, Kane Parsons, 2026
I loop della mente, delle abitudini, il ripetersi degli errori e degli schemi comportamentali sbagliati. Liberarsene è possibile? Probabilmente no, fino a quando si rimane ingabbiati nelle distorsioni e negli inganni della propria psiche. Azioni e reazioni innescate da traumi passati, da ciò che essi hanno lasciato, cunicoli di pensieri, fino a quando il labirinto è completo e noi pronti a perderci al suo interno. E allora un mondo altro, un ennesimo universo parallelo, si materializza nella sua apparente assenza di logica e significato. E quale modo migliore di manifestarsi se non in una serie apparentemente infinita di stanze, camere, corridoi, spazi liminali vuoti e arredati da invisibili designer lisergici, luoghi che riportano dalle memorie del sottosuolo le paure archetipiche dell’uomo, la solitudine, il senso di smarrimento a cui si collega quasi inevitabilmente quello della scoperta e dell’inquietudine di ritrovarsi soli o di non esserlo. Una dimensione mentale che si autogenera, forse uno dei primi esempi di cinema del futuro, magari totalmente reinventato da un’intelligenza artificiale che cerca di ricordare il mondo come era, come erano le fisionomie di uomini e donne, commettendo errori, alterando e deformando corpi e ambienti, nella messinscena di un mondo consumistico svuotato della sua funzionalità, rimangono oggetti come fossero istallazioni disposte in un museo d’arte contemporanea o semplicemente abbandonati o prodotti senza sapere più cosa farsene.
Rielaborando attraverso una trama narrativa gli episodi di una sua propria serie pubblicata su YouTube Ken Parsons ridefinisce un cinema allo stesso tempo ludico (nell’estetica) e sperimentale, il punto di vista delle videocamere vhs ricorda quello dei giochi in soggettiva dove si esplorano interi mondi (chiusi o all’aperto) e la struttura delle backrooms potrebbe essere quella di un videogame in cui gli stessi utenti contribuiscono ad allargare i confini dell’universo in cui si ritrovano. Porte e passaggi, bizzarre e spaventose presenze, doppi, psicodrammi e cloni e quasi nessuna spiegazione. La presenza esterna di qualcuno che cerca di scoprire e capire, di un’organizzazione (scientifica? capitalistica?) che in quella serie di ambienti potrebbe vedere futuri guadagni e commerci. Il dissolversi delle certezze aumenta il fascino dell’esperienza sensoriale, cinematografica e intellettuale. Un film ipnotico, imprevedibile, creato da un regista giovanissimo, che forse ha saputo vedere oltre i limiti del proprio tempo, verso l’aberrazione di quello che potrebbe essere il nostro futuro, tra alienazione e allucinazione.
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