Post

Parthenope, Paolo Sorrentino, 2024

Immagine
Ritorniamo sulla bellezza (vuota, epidermica, patinata) e quale orrore in tutto ciò (compresa la solita citazione iniziale di Céline), quale orrore nella giovinezza, nei corpi tonici e abbronzati, nei rallentamenti da rotocalco di azioni inutili, tese ad afferrare lo scorrere del tempo, quell’attimo già passato, quella vanità femminile così sfibrante.  L’orrore di un film che gira intorno a un corpo come fosse simbolo di una città, una psiche marina e mutevole che ne vorrebbe mostrare i molteplici aspetti, i tanti volti, le molte anime, l’orrore di essere spettatori, di stare a guardare senza neanche sapere più perché, giusto il nome di un regista che da qualche parte ci ricordavamo di aver apprezzato, mentre il senso di fastidio cresce con il fluire delle sequenze e striscia sottopelle e con esso la certezza che quello che una volta era stile ora non sia altro che reiterata maniera. Paesaggi, squarci, segreti, misteri, lacerazioni interiori, colpe, tutti frammenti di un mosaico ...

Repulsion, Roman Polanski, 1965

Immagine
Ambientato in una insolita Londra soleggiata e ripresa attraverso un memorabile uso del bianco e nero - Una città estranea allo sguardo del regista, che da poco ci si era trasferito, le cui strade servono da scenario per gli spostamenti della protagonista (Carole, interpretata da Catherine Deneuve) e dei pedinamenti di Polanski, che la insegue con una macchina a mano, standole addosso e riproponendo lo stesso stile quando le sequenze si sposteranno nell’appartamento che Carole condivide con la sorella e nel quale si ritroverà sola, una volta che quest’ultima sarà partita per una vacanza in Italia, proprio a Pisa, la cui torre pendente appare come un simbolo fallico perfetto. Ed è proprio l’universo maschile a respingere e ripugnare Carole, i suoi tentativi di contatto fisico e quelli di seduzione finiscono in una serie di fallimenti mentre cresce all’interno della donna un senso di disagio e repulsione.  Dopo una prima parte lenta e ripetitiva Polanski comincia a farci scivolare n...

Otto ore non sono un giorno, Rainer Werner Fassbinder, 1972

Immagine
  Ci pensi, a volte, quando torni a casa la sera che otto ore (di lavoro) non dovrebbero essere un giorno e che dovresti avere ancora il tempo e l’energia per fare altre cose, stare con gli amici o più semplicemente farti i cazzi tuoi. E Fassbinder ci porta nel suo mondo filmico, nella sua epoca, in quello che gli sta intorno, nelle dinamiche umane di una società di cui non vengono nascoste le problematiche e gli aspetti negativi, ai quali si cerca di trovare nuove soluzioni, insieme o da soli, in fabbrica come in famiglia, discutendo e litigando, se necessario. Prodotto televisivo suddiviso in cinque puntate, ciascuna dalla durata di un lungometraggio, Otto ore non sono un giorno appare quantomai alieno alle logiche produttive e ai temi attuali trattati dalla tv di oggi, da cui sembra essere stato bannato qualsiasi impegno politico e sociale, qualsiasi descrizione psicologica che possa essere destabilizzante e potenzialmente pericolosa per lo spettatore medio, rincoglionito da g...

Nosferatu, Robert Eggers, 2024

Immagine
Il Nosferatu di Robert Eggers sarà apprezzato maggiormente da chi non abbia mai visto e forse neanche conosca i suoi predecessori. Se non fosse un remake, ma una prima opera cinematografica ispirata al romanzo di Bram Stoker, il film di Eggers potrebbe catturare lo sguardo soprattuto dei giovani spettatori e trasportarlo in quel mondo arcaico di ombre e misteri dove si aggira lo spettro o quel che di umano resta del conte Orlok/Dracula. La regia di Eggers è elegante, piena di fascino, capace di costruire seducenti atmosfere che dovrebbero nascere dal buio di sensazioni sconosciute o di passioni la cui forza potrebbe far vacillare la ragione. Eppure per lo spettatore che nel suo cammino si fosse imbattuto nell’opera di Murnau, specchio di un cinema ormai scomparso e svanito o nella interpretazione di Coppola (più di quella di Herzog) che trasforma la storia del conte in un geniale e debordante melodramma, tanto per invenzioni visive quanto per scelte registiche, il lungometraggio di E...

The room next door, Pedro Almodòvar, 2024

Immagine
  Pedro Almodòvar si firma solo Almodòvar, nei titoli di testa, quasi a dirci che basterebbe questo piccolo gesto di vanità autoriale a ricordarci quello che troveremo in un suo film. E infatti gli elementi ci sono tutti: il melò, l’uso espressivo dei colori, gli universi femminili, la leggerezza con la quale riesce a trattare temi profondi. Forse c’è meno ironia e meno spirito dissacratorio, ma quello che conta sembra essere l’eleganza e l’essenzialità della regia, quasi interamente giocata sull’uso del primo piano, in cui il volto delle attrici protagoniste (Tilda Swinton e Julianne Moore) diventa strumento figurativo di scoperta psicologica ed emotiva delle loro vite e delle loro storie. C’è un quadro di Hopper nella casa dove le due donne si ritrovano nell’attesa che una di loro incontri la morte, una copia, certo, perché l’originale sarebbe impossibile da tenere in casa. Ma una copia così perfetta da sembrare vera. Ecco, anche The room next door è così, una copia impeccabile ...

What?, Roman Polanski, 1972

Immagine
  Scampata a un tentativo di stupro da parte di un gruppo di uomini (tra cui Carlo delle Piane, che sbaglia culo quando è il suo turno di infilare), l’americana Nancy, si ritrova in una meravigliosa e onirica villa (di proprietà del produttore Carlo Ponti), con vista sulla stupenda costa amalfitana. Ma non sarà questo paesaggio naturale a catturare il nostro sguardo quanto quello ipnotico e sinuoso offerto dal magnifico corpo di Sydney Rome, che interpreta, per l’appunto, l’americana Nancy, occhioni azzurri sgranati e tette al vento come bandiere di libertà. Gli uomini che gironzolano nella villa ne saranno subito attratti e scateneranno sulla giovane ragazza tutte le loro fantasie e perversioni erotiche. Vestita quasi di nulla, a parte un paio di eccitanti zoccoli rossi che lasciano il tallone scoperto, Nancy si muove spaesata e ingenua, in questo mondo alterato, che si ripropone in scene e situazioni come all’interno di un deja-vu con minime variazioni, cercando di appagare o dec...

The Other Side of the Wind, Orson Welles, 2018

Immagine
Gli anni settanta secondo Orson Welles, in una pellicola che ne racchiude un’altra, in un’opera dalla lunghissima gestazione, causata dai tagli ai finanziamenti e dalla morte dello stesso Welles. Un film in cui la vecchia generazione di registi,  O.W. (dietro la macchina da presa) e un meraviglioso e sardonico John Houston, che interpreta l’altro regista J.J Hannaford, sempre con un bicchiere di whisky e un sigaro in mano, si incontra con i giovani protagonisti della New Hollywood, come Peter Bogdanovich, Dennis Hopper e Paul Mazurski.  The Other Side of the Wind è il film nel film, quello che ha girato J.J Hannaford e che viene mostrato a spezzoni, perché ci sono cortocircuiti elettrici e problemi e lo stesso regista lo guarda come di nascosto, in disparte e il film è una sorta di Zabriskie Point, con i due protagonisti quasi sempre nudi, la sublime e scura epidermide di Oja Kodar, in scenari lisergici, fra colori e stilizzazioni geometriche. Oltre questa messinscena psiche...