Fela - Il mio dio vivente, Daniele Vicari, 2023
Viaggio per immagini e suoni in un mondo altro, quello della vita e della musica di Fela Kuti, artista e attivista nigeriano, attorno al quale ruota una babele anarchica di suonatori, mogli, amici e fumatori di marijuana. Una dimensione poliedrica che immerge le sue radici nell’animismo, nei rituali, nel panafricanismo, che arrivano all’occidente rielaborati e trasmessi dal carismatico e magnetico Fela, attraverso i suoi concerti, l’afrobeat e i suoi discorsi. Un mosaico altamente esplosivo, la cui frammentazione richiedeva uno sforzo di coesione filmica notevole, che Daniele Vicari è riuscito in pieno ad ottenere, costruendo una fluidità narrativa che tiene conto delle parti nella ricerca di un insieme coeso eppure inafferrabile. Perché così deve essere stata l’esistenza di Fela, che appare e scompare come lo spirito di un tempo ormai dimenticato, la cui testimonianza arriva dalle riprese, compiute nell’arco di alcuni anni da Michele Avantario e dai suoi diari, le cui pagine sono lette da Claudio Santamaria. Avantario era un regista che si occupava di videoarte, partendo dagli esempi di Nam June Paik, rielaborandoli poi nel contesto italiano e milanese dei primi anni ottanta. Un regista appassionato della musica africana, che riuscì a far venire Fela in Italia una seconda volta, dopo che la prima era stato trovato insieme alla sua banda in possesso di quasi 47 chili di erba. Michele Avatario si recherà anche diverse volte a Calacuta, la comune creata da Fela a Lagos (incredibili sono le immagini del funerale di Fela con oltre un milione di persone), dove ha vissuto secondo i sui ideali, circondato dalle sue innumerevoli mogli, in uno spazio in cui la creazione artistica, la poligamia e l’uso industriale di marijuana ne disegnavano i perimetri malleabili e in continua trasformazione.
Un lavoro di montaggio e ricerca, quello di Vicari, che ci rimanda il sentire scomposto eppure vitale di un regista per lo più sconosciuto che ha inseguito il suo dio vivente, trovandolo, raggiungendolo e cercando poi di regalargli un lungometraggio (the black president) che non si sarebbe mai realizzato, un film mentale che questo documentario rievoca e riporta alla luce come in una visione, in una trance audiovisiva seducente e magica.
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