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How to Change Your Mind - LSD (2022)

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Nel primo episodio di How to Change Your Mind , una docuserie su Netflix incentrata sull’uso e gli effetti di alcune sostanze psichedeliche naturali e chimiche, Michael Pollan (autore anche dell’omonimo libro) ci parla dell’LSD, ricordandocene la storia dalla sua scoperta fino ai giorni nostri e concludendo il suo racconto con un breve resoconto della sua prima esperienza lisergica. C’è un inaspettato e curioso incontro proprio all’inizio di questo episodio fra lo stesso Pollan e una donna con alcuni stravaganti vestiti addosso, bene, se avete partecipato a una cerimonia all’interno di un tepee, in cui vi arriva fra le mani una ciotola con dentro una pasta marroncina dal sapore disgustoso, la avrete riconosciuta subito, è la persona che guida la cerimonia lungo tutta una notte: intonando canti, battendo sul tamburo e facendo passare la medicina. In questo caso, però, offre a Mr. Pollan un pò di tabacco (che comunque sia arriva anche durante la cerimonia di cui si diceva prima) in forma...

Rainbow Bridge, Chuck Wein, 1972

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  Film acido e confusionario, diretto da Chuck Wein, in puro stile psichedelico per quelli che erano i canoni estetici dell’epoca. Siamo nel 1972 e sarebbe stato  fantastico essere giovani in quel periodo ed esplorare le possibilità della mente attraverso l’uso di svariati allucinogeni e fare sesso libero e soprattuto poter ascoltare una musica rock dal vivo (con tutte le sue varianti) come non ce ne sarebbe mai più stata. Jimi Hendrix arriva alle Hawaii per un doppio set, un concerto gratuito per chi era da quelle parti in quel momento spaziotemporale e anche una trovata del produttore del film per dare un pò di sostanza alla pellicola che altrimenti rischiava di non andare da nessuna parte. L’idea era quella di riprendere Pat Hartley (una modella) mentre si trovava sull’isola, vedere cosa succedeva e lasciare tutto il resto all’improvvisazione e al caso, che come spirito artistico è anche affascinante se si ha la capacità di cavalcare l’onda di quello che viene e non cadere ...

I cannibali, Liliana Cavani, 1970

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  Ero un pò sbronzo e forse quello che ho visto non è propriamente quello di cui il film è fatto ma c’erano dei cadaveri per strada (anche se nessuno ti diceva come erano morti) in un’atmosfera livida, fredda, pestilenziale e doveva essere Milano (dove sono stato una o due volte ma solo di passaggio) e poi dei rimandi all’Antigone di Sofocle, perché la protagonista si chiamava così e un ragazzo, interpretato da Pierre Clementi, con i capelli lunghi che sembrava un Cristo drogato (che si era ritrovato lì per caso) e lo stesso attore era uscito da poco da una clinica romana di disintossicazione quando iniziò a girare questo film e sono tanti i riferimenti al cristianesimo, al primo cristianesimo, i simboli (come quello del pesce) e il pane e il vino e le catacombe dove poi quei corpi senza vita (i corpi dei ribelli) verranno sistemati ed è tutto un pò confuso, lo so, c’è anche la polizia come strumento di repressione e Tomas Milian, figlio di un uomo del Potere, che finisce in prigio...

I giorni cantati, Paolo Pietrangeli, 1979

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  Paolo Pietrangeli si mette letteralmente a nudo (e non è solo esibizionismo) in questo film fino al punto che non so quale sia lo scarto fra il personaggio interpretato e la sua reale persona. C’è un’anima inquieta, tormentata, nevrotica, infantile, sociopatica e artistica, quella di un uomo scontroso e fuori dagli schemi, fossero anche quelli libertari del sessantotto e del settantasette dopo. E lo spirito di quegli anni è ciò che scorre e unisce i molteplici frammenti di questa pellicola, insieme alle canzoni. Quelle di protesta, quelle del teatro, quelle del canzoniere, quelle dei cantautori - Guccini con il fiasco di vino, fuori da un bar vicino all’ex Mattatoio, che canta Canzone di notte n.2 è da brividi - Pientrangeli affronta la vita in bilico sulle proprie debolezze e ogni cosa è sempre sul punto di rompersi, di andare in frantumi. L’amore, la relazione sentimentale con la Melato, così asfissiante, nociva, dolorosa. Quell’inseguirsi, quel viversi accanto al di là delle d...

Kukushka, Aleksandr Rogozhkin, 2002

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  Una natura selvaggia, quella della tundra, magnifica e libera dal condizionamento umano. Chi vive al suo interno ne rispetta i cicli e si nutre di  ciò che essa offre. Questa natura incontaminata è un testimone avvolgente che riesce ad abbracciare l’animo umano, anche nelle sue miserie, quelle create dalla guerra - Un cecchino finlandese (Veikko) viene incatenato ad una roccia. Un soldato russo (Captain Ivan Kartuzov) viene ferito. Una donna lappone (Anni) li accoglierà nella sua rudimentale capanna e si prenderà cura loro, diventandone poi l’amante. Ci sono barriere linguistiche che verrano sorpassate dall’esigenza di comunicare, di spiegarsi, di venirsi incontro. Attraverso un registro filmico che sfiora il dramma e il comico questa opera vuole essere sopratutto una dichiarazione antimilitarista e di intelligente rifiuto dell’inutilità di combattere e morire per una causa bellica, qualunque essa sia. Aleksandr Rogozhkin, il regista, ci racconta dunque di questo bizzarro tr...

Nada, Claude Chabrol, 1974

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  Gruppo anarchico Bakunin. Garbatella, Roma. Cineforum, cineutopia. La versione del film proiettata è quella doppiata in italiano, presa da YouTube. Mi sono portato appresso un paio di birre, stappo la prima. Un manipolo di anarchici decide di rapire un politico per poi chiedere i soldi del riscatto. Fra loro ci sono Fabio Testi in versione ispanico/rivoluzionaria, Lou Castel e Mariangela Melato. Volti e corpi (a parte Castel) che non so quanto rappresentino quella generazione che decise di prendere le armi e lottare con esse. Chabrol dirige tenendo conto delle dinamiche del genere poliziesco, concentrandosi sull’azione, quando avviene e anche sul senso di avventura che la vita dell’anarchico racchiude in sé, un pò bohémienne, un pò bandito, un pò figliodiputtana, idealista e criminale allo stesso tempo. L’atto di uccidere rimane di per sé atroce, qualunque ne sia il motivo, almeno per me. Nella potenza di un gesto rivoluzionario c’è una carica di passione, di volontà di cambiamen...

Puerto Escondido, Gabriele Salvatores, 1992

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  Fuggire dal proprio Paese è una cosa che andrebbe fatta, almeno una volta, nella  vita. Non dico contro la nostra volontà, altrimenti sarebbe un esilio, ma come una scelta. Arrivati a un certo punto ci si rende conto della presa per il culo nella quale uno è ingabbiato e allora c’è poco da fare, o si continua a fingere o te ne vai. E allora si taglia con tutto. Lavoro, casa, amici, famiglia, partner. Un pò di soldi da parte possono essere utili ma non essenziali. Anzi meno ne hai e più ogni cosa diventa avventurosa. Poi dall’altra parte, in qualunque posto tu abbia deciso di andare si  scoprono due cose. Che sei solo e che sei uno straniero. Puerto Escondido, in una forma fra noir (quella che funziona di meno) e commedia (quella che funziona di più) ci mostra una fuga e un luogo (il Messico) nel quale forse (fra stereotipo e speranza) si possa vivere in una maniera diversa. Che è poi quello che provano a fare i personaggi interpretati da Claudio Bisio e Valeria Golino ...