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Carlito's way, Brian De Palma, 1993

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  La magia di Carlito’s Way, perché questo è un film magico, è il sapere che lui morirà, saperlo fin dall’inizio, saperlo ad ogni visione ed arrivare a quel momento in cui si rivede con Gale alla stazione, davanti al treno e sperare con tutto il nostro cuore che ce la faccia, che il suo sogno diventi realtà. E’ un momento di puro romanticismo, ancora più meraviglioso perché non si realizzerà mai, se non in un ultimo e psichedelico tramonto dove Gail balla su una spiaggia, sulle note di You are so beautiful, di Joe Cocker. Carlito torna nel suo quartiere dopo qualche anno di prigione, alcune cose sono cambiate, la strada però è sempre la stessa, con le sue regole e i suoi codici. Uscito dal carcere grazie all’aiuto del suo avvocato, Dave Kleinfeld, cocainomane e senza nessuno scrupolo, con le fattezze di uno Sean Penn luciferino, schizzato e devastante nella sua assenza di moralità, sempre in bilico fra l’apparenza del suo mestiere e gli istinti della sua natura, Dave Kleinfeld, da ...

Vinyl, Andy Warhol, 1965

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Cinema performativo e teorico, in cui il profilmico si traveste da messinscena (?) orgiastica dove si sovrappongono il tempo diegetico e quello filmico e gli attori (?) sono in un stato di alterazione progressiva (spinelli, popper, pasticche) e si esibiscono nella rievocazione drammaturgia di Orange Clockwork di Anthony Burgess, la cui trama viene condensata al massimo e semplificata nella scelta di mostrare la cura Ludovico come fosse una sessione sadomasochistica, con tanto di catene, cera calda e maschere bdsm. Spettatrice impassibile, fra una sigaretta, uno spino e un drink, l’eterea e armoniosa Edie Sedgwick, la cui sola presenza porta luce nell’oscurità trasgressiva e deviata della Factory Warholiana.  Gerard Malanga, nella parte di Victor (che dovrebbe essere Alex), si muove, fuma, solleva pesi, si indemonia in una dionisiaca danza rock sulle note dei The Kinks, di Martha and the Vandellas e dei Rolling Stones, spirito indomito e selvaggio, per finire incatenato e legato a...

The Last Movie, Dennis Hopper, 1971

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  Dopo l'incredibile successo commerciale di Easy Rider , Dennis Hopper ricevette quasi un milione di dollari e assoluta carta bianca per girare il suo film successivo. Partito per il Perù, sbarbato e con i capelli tagliati, tra vallate lussureggianti e scorte quasi illimitate di cocaina, marijuana e acidi, Hopper si ritrovò libero di fare quello che voleva e, a modo suo, lo fece. The Last Movie è anche un titolo profetico, a causa del suo assoluto fallimento al botteghino, D.H fu tenuto così alla larga dalla macchina da presa per quasi un decennio, ci tornerà dietro solo con Out of the Blue nel 1980. L’idea intorno alla quale ruota la pellicola o quell’insieme di immagini sconnesse che la formeranno è di matrice metacinematografica. Una troupe sta girando un film western (il direttore è Samuel Fuller) e Hopper ne fa parte, specularmente gli abitanti del posto dove avvengono le riprese ricreano, con l’uso di canne intrecciate e corde, gli strumenti tecnici necessari alla realizza...

Point Blank, John Boorman, 1967

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  Una cella. Una prigione. Come ci sono finito? Immagini, ricordi, voci del passato, frammenti temporali che spingono nella mente, uno dopo l’altro, mosaici narrativi da comporre. E’ tutto vero o è un sogno? Alcatraz. Scivolando sull’acqua. Le fughe (im)possibili. Le sfumature del mare. I discorsi. L’eco dei passi, nei corridoi della memoria. I colpi di una pistola ad uccidere i fantasmi della gelosia. Il primo incontro. La pioggia. Lei che si scioglie i capelli. L’alfabeto della seduzione. Unirsi. Da uno a due. Poi tre. Parentesi di felicità. Perfezione numerica. I sentimenti, le emozioni. Da tre a due. Le ferite, il dolore. Imperfezione umana. Colano i colori sul pavimento. Intuizioni lisergiche. La stanza vuota, seduto in un angolo. Violenze meccaniche, l’auto come strumento di un interrogatorio, collisioni tra ferro e cemento, carne ed interni, lividi e confessioni. Grida canore, urla di paura, musica ad alto volume a coprire il rumore dei calci, dei pugni, delle bot...

The Velvet Underground and Nico, Andy Warhol, 1966

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  Flusso sonoro ipnotico e rituale, fra degenerazioni noise e sadomasochismo musicale, con i Velvet Underground che improvvisano sui loro strumenti e Nico (insieme al figlioletto Ari) al tamburello, Nico, eterea presenza femminea, algida bellezza lunare, mistress lisergica da adorare e musa ispiratrice del gruppo al pari delle sostanze che avranno circolato prima, durante e dopo questa performance artistica. E la stessa regia(?) di Warhol segue gli istinti della visione, si manifesta attraverso gli effetti ottici dati dalla manipolazione della macchina da presa, veloci zoom (come nel climax di una scopata o di un atto di violenza), fuoco/fuori fuoco, tremolii dell’immagine, quasi effetti fisici di un trip acido, come se alla stessa mdp fosse stata somministrata una qualche droga allucinogena o forse era lo stesso Andy ad averla assunta mentre si sbizzarriva nel suo personale film mentale, perché poi di questo si tratta, della percezione di Warhol di quanto sta accadendo davanti a ...

Miami Vice, Michael Mann, 2006

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  C’è un momento in cui Sonny (Colin Farrell) guarda fuori da una vetrata e vede l’oceano, pochi secondi in cui il suo sguardo sembra andare oltre il presente, verso quella che sarà o forse avrebbe potuto essere la sua vita. Poi si torna nel mezzo delle cose, in un flusso narrativo che non ammette pause perché tutto continui a scorrere, a passare. Non è un caso che l’elemento acquatico sia così predominante, attraversato da offshore che trasportano carichi di droga o da Sonny e Isabella (Gong Li) mente sfrecciano verso la Bodeguita del Medio a La Havana per bersi un mojito e ballare, sedursi e scoprirsi e infine scopare e amarsi. I corpi che si svelano in frammenti di intimità, sotto la doccia, fra le lenzuola, dettagli della pelle, delle dita, immagini quasi tattili che Michael Mann sa cogliere in una maniera così unica, time is luck dice Isabella a Sonny dimenticandosi così del denaro e degli affari e del mondo di cui fanno parte - Morte e gelosia e inganni perché c’è un cuore c...

The Abonimable Dr. Phibes, Robert Fuest, 1971

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  Messinscena barocca per cuori romantici, nel compiersi di una vendetta biblica contro i possibili fautori di una prematura morte. Affinché l’amore si ricomponga nelle tenebre e ciò che era stato diviso possa riconciliarsi nell’eternità. Il Dr. Anton Phibes, interpretato dall’istrionico Vincent Price, mette in pratica con estrema lucidità, fantasia ed efficienza il suo piano di uccisioni, rifacendosi alle dieci piaghe scagliate da Dio in Egitto. La trama, quindi, si costruisce sull’accumulo di questi ingegnosi assassinii, alternandoli alle indagini della polizia e ad alcuni stravaganti momenti musicali, in cui Phibes si esibisce all’organo, in una stanza alquanto psichedelica, accompagnato da una banda di suonatori meccanici e dalla presenza dell’amabile Vulnavia, sua taciturna assistente. Le bizzarre atmosfere conferiscono un tocco di genuina perversità al gioco al massacro a cui assistiamo, fra ambienti in stile decò e liberty, sotto l’influsso di canzoni che rielaborano standa...