Nadie dijo nada, Raùl Ruiz, 1971
Sbronze nella notte per poi ritrovarsi a parlare di poesia o addormentarsi dove capita. Pranzi e litri di vino e ancora chiacchiere e discussioni e fogli pieni di versi, un’idea lirica che si radica nella routine della vita e da essa vorrebbe svilupparsi nel tentativo di cambiarla, scontrandosi però con una forma di isolamento culturale che sono gli stessi piani stretti di Ruiz (sui volti, sui corpi) a suggerire. È viscerale il costante desiderio di esprimersi, di comunicare, di dire qualcosa infervorati dall’ispirazione etilica, con modi ed espressioni puramente cileni, mentre di quel periodo e di quel tempo (siamo alla fine degli anni sessanta) poco si vede e ancora meno si capisce. C’è uno spirito artistico che aleggia e vuole manifestarsi, un torrente verbale, un tentativo di versificare il proprio presente che sembra abbracciare una generazione e mostrarne anche il suo fallimento, come suggerisce il titolo del film. Un epilogo da surrealismo flatulento suggella la brusca fine di queste frenetiche e farneticanti rime, dileguatisi poi fra la noia e l’abbandono e l’insulso tentativo di liberarsi dall’alcol. Un cinema che si concentra sul susseguirsi degli eventi e sugli uomini da cui scaturiscono e che li raccontano, in una quotidianità che vorrebbe trasformarsi in arte, mentre le immagini si incastrano in una metrica visiva che aspetta solo di ardere, di uscire dalla stasi, di innalzare l’atto poetico dalla materialità del corpo verso qualcosa di spirituale che lo trascenda e lo continui a rendere umano e reale nel medesimo istante. O almeno fino all’arrivo della prossima bottiglia da stappare e condividere.
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