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The Lighthouse, Robert Eggers, 2019

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  Racconti e leggende d’oltremare. I fischi dei gabbiani e il suono ripetitivo e ipnotico di una sirena antinebbia. La pioggia, il rumore del vento, la voce della tempesta. Le assi di legno del pavimento, gli oggetti, i macchinari. I visi sporchi, invecchiati, deformati dalle risate alcoliche, quando nella notte i labili confini dell’umanità svaniscono e ci si ritrova a danzare e cantare nell'estasi di un mondo atavico e misterioso, mitologico e visionario. Deliri sessuali in esplosioni masturbatorie di grida, sudore e sperma. Fantasie onanistiche di amplessi marini con sirene distese su rocce di piaceri primordiali, i capezzoli duri di salsedine, la fica come una ferita pulsante e accogliente. La luce, le visioni prismatiche della lanterna del faro, altri impossibili accoppiamenti, altri eccessi di puro erotismo allucinatorio - Il passare dei giorni, i lavori da svolgere, le dinamiche di dominio e sottomissione, le umiliazioni, gli odori nauseabondi del corpo, i gas intestinali,...

Vertigo, Alfred Hitchcock, 1958

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  Quadri allucinatori nella cornice di una ossessione. Sin dai titoli di testa (Saul Bass), con i giganteschi dettagli di occhi e labbra. Le bugie delle parole e le storie che gli sguardi inventano. Poi composizioni geometriche in movimento concentrico. Spirali ottiche. Sequenze in cui i colori pulsano e le figure si stagliano oltre lo spazio, in silhouette che cadono nel vuoto. Vertigine non è solo quella provata guardando in basso è anche e soprattutto quella dell’ascesa, della salita, del climax dell’orgasmo. Possibili letture sessuali. La torre come simbolo fallico e un uomo ridotto all’impotenza. La guarigione attraverso la morte e il sacrificio di una donna amata. Amata e ricostruita. Amata e (re)inventata. Nei gesti, nei vestiti, nel portamento. Nella tinta dei capelli. Doppi che si svelano e sovrappongono. Dettagli impressi nella memoria. Immagini pittoriche, cromatismi così saturi che sembrano appartenere a luoghi onirici. Il rosso avvolgente delle pareti di un ristorante....

Gummo, Harmony Korine, 1997

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Ancora kids e anche gente più cresciuta, nei sobborghi di una cittadina americana, in un mosaico di miserie umane, pure nel cuore e nello sguardo. Si attraversa la vita borderline di ragazzi e giovani adulti, in un patchwork visivo di immagini, videotape, polaroid, vhs, una estetica altra, aliena che confonde e destabilizza, che porta alla luce intimità e violenze, tenerezza e stupidità, passati angosciosi e presenti instabili. Si scontrano e si amalgamo insicurezze e tentativi, epidermiche improvvisazioni a cui partecipiamo sempre con la sensazione di trovarci di fronte a qualcosa di sfuggente, ai limiti, di osservare quello che succede lungo il perimetro frastagliato dell’esistenza, oltre il quale c’è il pericolo di perdersi, abbandonarsi, non saper più riconoscere quello che accade o dove si stia andando. C’è un ragazzo muto con le orecchie da coniglio. E altri che uccidono gatti per fare un pò di soldi e poi tirare colla per stordirsi. Ci sono interni di famiglie disfunzionali. No...

Roma Illegale, Andrea Scarcella, 2021

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  Agli inizi degli anni novanta a Roma (Forte Prenestino), Ostia e da qualche parte lungo la Pontina arrivarono i rave, già illegali allora e ritornati oggi sulle prime pagine dei giornali, grazie ad un decreto legge creato dal nuovo governo appositamente per loro. Il fenomeno era già iniziato alla fine degli anni ottanta in Inghilterra, dalla quale (a causa del Criminal Justice Act del 1994)) si spostò in Europa, arrivando in Olanda, Germania, Francia, Spagna e anche nel nostro Paese. A Roma i ravers europei trovarono una loro dimora (okkupata) presso alcuni capannoni della Fintech, sempre sulla Pontina, dove si entrò in una specie di loop di musica e feste continue, crossover culturali e utopie comunitarie (a cui va aggiunto l’uso e la vendita di sostanze psicotrope, indissolubili dalla natura di questa scena) fino a una tragica conclusione con la morte di alcune persone. Si sviluppò anche nell’area romana un vero e proprio suono distintivo, chiamato Sound of Rome, che predilige...

Uccellacci e uccellini, Pier Paolo Pasolini, 1966

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  Si muovono in un limbo spaziale quanto temporale, Ninetto e Totò. Un non-luogo dove non c’è più differenza tra passato e presente, dove la campagna romana con i suoi ruderi sfuma in lontananza con le sagome del Colosseo Quadrato e della basilica di San Paolo. Un non-luogo dove i resti della cultura contadina (il cibo, le case, il linguaggio) si mischiano con le novità d’importazione americana (i balli, la musica) e con l’avanzare di un’urbanistica che con i suoi palazzoni distruggerà tutto quanto. Non solo inglobando fisicamente contadini e poveracci, quanto inserendoli in un ordine delle cose che ne eliminerà completamente la visione del mondo. Un non luogo dove il tempo si espande e si allarga in ottiche passate, dove si vede San Francesco che dice a due frati (interpretati sempre da Totò e Ninetto) di parlare agli uccelli. Per insegnare loro che l’amore di Dio va oltre i propri istinti e oltre le classi sociali. Un insegnamento d’amore e di uguaglianza.  Una favola. O f...

More, Barbet Schroeder, 1969

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  Ibiza era una delle mete preferite dagli hippy alla fine degli anni sessanta, prima che si riempisse di discoteche e club ed è il luogo apparentemente idilliaco in cui arriva Stefan, giovane laureato tedesco, alla ricerca di qualcosa di diverso, in una sorta di viaggio di scoperta di sé stesso. La dritta per la sua destinazione gli è stata data da una giovane americana incontrata a Parigi, Estelle, che il ragazzo ritroverà poi proprio sull’isola.  Barbet Schroeder, a differenza di altri registi di pellicole similari dello stesso periodo, sembra avere le idee abbastanza chiare su cosa e su come vuole girare la sua opera d’esordio, senza perdersi in quella confusione che la quantità di droghe mostrate e usate nel film potrebbero produrre. Si respira l’aria della Nouvelle Vague, con un ampio uso della macchina a mano, nella libertà del racconto, in uno stile narrativo che si fa subito personale.  L’apparenza di un idillio, dicevamo, quello della controculura e di essere gi...

The Hateful Eight, Quentin Tarantino, 2015

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  Il pavimento di legno dell’emporio di Minnie come le assi di un palcoscenico. Ruoli da interpretare, psicodrammi in atto, il metodo Stanislaski in tutto il suo splendore. Personaggi e attori che si costruiscono a vicenda, che parlano, (si) raccontano, inventano storie, rimandano a interpretazioni passate, a film precedenti. Ci sono Le Iene e Pulp Fiction, quel modo di narrare, i dialoghi che si concentrano su un dettaglio che sembra sempre di poca importanza e che poi si trasforma in fulcro, perno della sceneggiatura. La lettera di Lincoln, la battaglia di Baton Rouge, giacche grigie e giacche blu, lo stufato di Minnie. Il razzismo profondamente comico delle battute, impossibile da prendere sul serio, i suoi effetti devastanti sull’incedere dell’intreccio, le esplosioni di violenza, le iperboli visive di sangue e pezzetti di cervello sparsi sui volti o sul pavimento (ma non c’è più nessun Mr. Wolf da chiamare per risolvere i problemi), un superbo gioco al massacro in cui tutti so...